L’editoria gastronomica non è mai stata così viva: si pubblica molto, si legge abbastanza, si cucina forse meno. Ma tra le pile di novità, ogni tanto affiora un libro che non si limita a insegnare come si “impiatta” un uovo, ma racconta un’idea di mondo, perché il cibo, quando lo si prende sul serio, è un dispositivo potente, che tiene insieme il corpo e la storia, il mercato e l’immaginazione. E se la proliferazione di titoli rischia di affogare proprio ciò che meriterebbe ascolto, allontanandoci dalla sua natura materiale, relazionale, quotidiana, occorre chiedersi non solo e non tanto “cosa mangiare”, quanto piuttosto “cosa pensiamo mentre mangiamo”.
Il primo dei titoli da segnalare, Il cibo è politica di Fabio Ciconte (Einaudi), ci invita a ripensare le nostre scelte alimentari come scelte politiche, sistemiche, smontando le illusioni di una sostenibilità individuale. I sistemi alimentari globali sono responsabili di almeno un terzo delle emissioni di CO? ma di fatto continuiamo a pensare che basti rinunciare alla plastica o comprare bio per mettere a posto il mondo. Ciconte propone una lettura collettiva e strutturale che riconduce il cibo a un fatto pubblico, catalizzatore di tensioni storiche e trasformazioni culturali.









