Solo qualche mese fa, era il 5 marzo, Stefano Antonio Donnarumma, defenestrato giovedì da amministratore delegato e direttore generale delle Ferrovie dello Stato, aveva tenuto la “lectio magistralis” di inaugurazione dell’anno accademico della prestigiosa Scuola di politica “Vivere nella comunità”, fondata dallo scomparso economista Pellegrino Capaldo con l’obiettivo di selezionare e formare giovani destinati alle classi dirigenti del futuro. Davanti a un pubblico qualificato di accademici, banchieri, manager pubblici e privati, Donnarumma aveva raccontato di aver cominciato la propria carriera nel settore ferroviario, quasi fosse un predestinato, e averla poi allargata a varie importanti esperienze, prima di tornare a occuparsi di treni, sempre all’insegna di tre virtù che consigliava di onorare a tutti quelli che ambissero a carriere di successo: «Humanitas, honestas, humilitas». Aveva detto proprio così, in latino, lingua che a Roma, città di cardinali e di Papi, è ancora in voga, accompagnando la citazione con uno sguardo eloquente, che parve a tutti i presenti quello proprio di un uomo che siede su una delle poltrone più importanti dell’organigramma di Stato e si sente al sicuro. Anche per questo Donnarumma non fece alcun cenno a quell’altro aspetto della vita infernale di persone come lui, il cui futuro non dipende, o non dipende soltanto dalla propria competenza, ma dalla ragnatela di rapporti politici che è riuscito a costruire e dalla sua capacità di coltivarli. Sapendo che possono variare in ogni momento, suscitare gelosie, ripensamenti, fino a condanne irrevocabili, come appunto quella che ha portato alla sua caduta. La fine del predestinato - per Donnarumma come per altri - è preceduta di solito da voci sempre più insistenti, uguali ma opposte a quelle che avevano accompagnato la nomina: «Non è più lui». «Non si rende conto». «Non ce la fa più». Poi a un certo punto la ghigliottina cala, com’è stato giovedì. Stavolta s’è voluta costruire una messinscena, per tratteggiare piena unità d’intenti tra il ministro dei Trasporti e l’a.d. anche nel momento della sostituzione. Una passeggiata fatale - e pubblica - dei due, dalla sede del ministero a quella delle Fs. Subito dopo, per Donnarumma è arrivato il momento delle dimissioni e per Salvini quello della “svolta”. «I manicomi sono pieni di gente che si crede Napoleone o vuole risanare le Ferrovie»: è una delle più riuscite battute di Andreotti. Il divo Giulio, si sa, fondava la sua popolarità su una rinomata saggezza popolare, legata a un’esperienza irraggiungibile. Di sicuro era un problema che invocava risposte che i treni, appesantiti da diversi progetti basati sui fondi del Pnrr, avessero cominciato ad accumulare ritardi crescenti, continui e insopportabili per i passeggeri - l’opposizione sostiene che la somma dei minuti accumulati in un anno è pari a sette anni e mezzo! - e che ciò accadesse a causa del numero enorme di cantieri sulla rete ferroviaria. Altra certezza era che una volta avviati i lavori e non potendoli fermare per non perdere i fondi, non esistesse alcuna possibilità di normalizzare in breve tempo la situazione. A questo punto serviva un capro espiatorio: Donnarumma lo aveva compreso, così come aveva capito che Salvini si era stufato di dover rispondere politicamente dell’insoddisfazione dei pendolari che prendono il treno tutti i giorni per lavoro o degli italiani che hanno programmato spostamenti in periodo di vacanze. Sentendosi già vittima designata, l’amministratore delegato s’era convinto di poter rimediare ai guai dell’oggi con un progetto di potenziamento per il domani, realizzato grazie anche a investimenti privati. Il piano non convinceva né Salvini né Giorgetti. Donnarumma ha insistito, non rendendosi conto che così aveva praticamente messo la testa sul tavolo. Decisa l’esecuzione, firmata e controfirmata dal vicepremier e dal ministro dell’Economia, si trattava di concordare con Meloni il licenziamento, da parte del vertice del Carroccio, di un manager negli ultimi tempi più vicino, forse troppo da un certo punto di vista, a FdI e a Palazzo Chigi, e in cerca di coperture presso il sottosegretario Fazzolari, che invece non lo amava particolarmente. Apparentemente un groviglio complicato, non facile da sciogliere. Ma quando Salvini ha detto a Meloni che ogni tanto, specie in quest’ultimo periodo di non particolare splendore per la Lega, anche lui ha diritto di intestarsi una decisione, la premier ha allargato le braccia e ha capito che doveva accontentarlo. Così è nata l’idea della passeggiata all’aperto di Salvini e Donnarumma, come se fossero diventati amici due che non lo sono mai stati. L’a.d. delle Ferrovie, negli ultimi minuti prima di diventare ex, avrà dovuto far ricorso alle virtù a cui ha conformato la sua esistenza, non si sa quale delle tre. L’ “honestas” non è in discussione. L’ “humanitas” in questo caso rimane presunta. L’“humilitas” è evidente, o almeno ostentata. Adesso, per qualche giorno, si discuterà se, essendosi scrollato di dosso la colpa dei ritardi ferroviari, Salvini sia uscito più o meno forte da questa storia. Sono interrogativi di rito. I treni, com’è chiaro, in tutta questa storia c’entrano fino a un certo punto.

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