Alla fine Stefano Antonio Donnarumma ha deragliato. Dopo un vertice col ministro dei Trasporti Matteo Salvini, si è dimesso dal ruolo di amministratore delegato di Ferrovie dello Stato. Il passo indietro era concordato e, secondo fonti del Mit, l’obiettivo sarebbe far partire subito la “Fase 2”, chiusi gli obiettivi del Pnrr: la scelta del successore avverrà quindi all’interno del gruppo, e circola insistentemente il nome di Gianpiero Strisciuglio, attuale ad e direttore generale di Trenitalia. Mentre Giuseppe Inchingolo, ora a capo della comunicazione, è in ballo per la poltrona di vicedirettore generale.
L’uscita di Donnarumma era nell’aria: al manager è mancato da sotto ai piedi il terreno dell’appoggio politico leghista, e non ha più voluto restare sulla graticola. A maggior ragione dopo le dimissioni dal consiglio di amministrazione di Fs da parte di Caterina Belletti, arrivata alla presidenza di Fs International, e soprattutto di Tiziana De Luca, che era in quota Mef, vicecapa di gabinetto del ministro Giancarlo Giorgetti.
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).
A proposito, le frizioni tra Donnarumma e Giorgetti non erano certo mancate. C’era disaccordo sulla Rab (acronimo di Regulatory Asset Base), cioè il modello di finanziamento che deve attrarre capitali privati per sviluppare le grandi infrastrutture ferroviarie (come per esempio l’Alta Velocità): l’ad avrebbe aperto ai fondi esteri, Giorgetti assolutamente no. E ai più attenti non è sfuggito il duro intervento del ministro in conferenza stampa il 27 maggio, davanti all’ad: «Pensiamo a casa nostra! Guardo qui Donnarumma. Ma perché noi dobbiamo andare a cercare il fondo pensione canadese o australiano per le nostre infrastrutture, quando abbiamo i fondi pensione italiani? Perché nessuno parla di questo?».










