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Andrea Ducci

L'ad dimissionario di Ferrovie dello Stato: «Lascio in accordo con il ministro (Salvini, ndr) e per l’interesse dell’azienda», avrebbe spiegato. L’intesa per l’uscita è stata definita, sebbene manchi il dettaglio della liquidazione che potrebbe aggirarsi intorno ai 2 milioni di euro

Alla fine è capitato. Stefano Donnarumma, anche con un pizzico di scaramanzia, in privato ha sempre ripetuto, fin dal suo arrivo al vertice di Fs, che in assenza di determinate condizioni si «sarebbe immediatamente dimesso», passando la mano. Le condizioni evocate da Donnarumma erano quelle di un rapporto «leale» tra un manager pubblico e la politica, con tanto di facoltà di rivendicarsi autonomo in materia di scelte strategiche. Eppure qualcosa non ha funzionato. Il primo campanello di allarme è suonato quando nel piano industriale, presentato da Donnarumma alla fine del 2024, si è configurata la possibilità di scorporare la rete ferroviaria dal resto del gruppo, con l’obiettivo di aprire all’ingresso di capitali privati.

Un disegno perseguito nel corso del 2025, fino a quando non sono emersi i dubbi del ministero dell’Economia e della ragioniera generale dello Stato, Daria Perrotta. E il giudizio di quest’ultima è cruciale per garantirsi la fiducia del ministro Giancarlo Giorgetti. Donnarumma, dopo avere guidato la multiutility Acea e la società delle reti Terna, è più che rodato rispetto alle dinamiche delle aziende pubbliche, ma nei mesi scorsi ha perso aderenza, registrando un progressivo deterioramento dei rapporti con la maggioranza di centrodestra che nel giugno del 2024 lo aveva scelto per guidare le Fs. A Palazzo Chigi il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari si è rivelato ben presto molto critico, e nella Lega il crescente malumore del ministro dei Trasporti e vicepremier, Matteo Salvini, si è saldato con quello di Giorgetti.