Mentre il panico sull’intelligenza artificiale dilaga in Occidente, a Pechino Xi Jinping impone l’insegnamento dell’AI nelle scuole elementari. La Repubblica Popolare non ha ancora raggiunto le punte avanzate di OpenAI e Anthropic, ma vuole arrivarci. Intanto le sue aziende anche medio-piccole sono molto più progredite delle nostre nell’applicare per usi quotidiani l’AI. E Pechino ha lanciato i suoi modelli gratuiti per imporli come standard mondiali.
Sui pericoli dell’AI un dibattito cinese esiste — ma è molto diverso da quello occidentale, e il modo in cui i media cinesi raccontano «il nostro panico» è illuminante.
Il dibattito cinese sul rischio esistenziale non è marginaleLa Cina ha una comunità di scienziati e tecnocrati di governo che discute apertamente di rischio esistenziale dell'AI. Xi Jinping stesso, in un discorso di luglio ha richiamato la necessità di mantenere l'AI sotto controllo umano, riprendendo un tema già emerso nel 2024 quando il rapporto del terzo plenum del Partito aveva per la prima volta inserito la sicurezza dell'AI tra i rischi da monitorare.A livello accademico e istituzionale, le voci più autorevoli sono: Andrew Yao, unico premio Turing cinese, che ha co-firmato dichiarazioni internazionali sulla sicurezza dell'AI; Xue Lan, consulente del Consiglio di Stato e preside dell'Istituto per la governance internazionale dell'AI a Tsinghua; Yi Zeng, dell'Accademia cinese delle scienze, in un briefing al Consiglio di Sicurezza ONU ha sostenuto che il rischio di un'AI che causi l'estinzione dell'umanità è presente sia nel breve che nel lungo periodo; Zhou Bowen dello Shanghai AI Lab, promotore della cosiddetta «AI-45° Law», l'idea che sicurezza e capacità debbano avanzare di pari passo.Nel febbraio 2025 questi attori hanno dato vita alla CnAISDA (China AI Safety and Development Association), spesso descritta come l'omologo cinese degli istituti di sicurezza AI occidentali, anche se è una coalizione di istituzioni esistenti senza budget o staff dedicato, e la sicurezza resta secondaria rispetto allo sviluppo.La differenza di fondo è che la Cina nomina il rischio dall'alto e lo gestisce come elenco di adempimenti, mentre i suoi costruttori continuano a spedire prodotti sul mercato. Invece gli Stati Uniti nominano il rischio dal laboratorio e lo gestiscono come un freno alla frontiera — nessun laboratorio cinese ha mai sospeso lo sviluppo per scrivere un saggio d'allarme, cosa che invece accade regolarmente in Occidente.In Cina una volta nominato dall'alto, il rischio si traduce in regole da rispettare (requisiti di sicurezza, valutazioni, registrazioni presso le autorità) che le aziende devono soddisfare come caselle da spuntare — un po' come un'azienda fa con le norme antiriciclaggio o sulla privacy. Il punto è che questo riconoscimento politico del rischio non rallenta lo sviluppo: i laboratori cinesi continuano a rilasciare modelli sempre più potenti mentre, in parallelo, si adeguano alle regole fissate dall'alto. Rischio e crescita procedono su binari separati.Stati Uniti: qui è il contrario. Il rischio viene sollevato dal basso — dagli stessi laboratori (Anthropic, ex ricercatori, Amodei) — e la loro risposta è frenare direttamente lo sviluppo stesso non solo rispettare regole esterne. È un freno interno alla frontiera tecnologica, non un adempimento a normative altrui.In Cina il rischio è un problema burocratico-regolatorio che si gestisce senza fermare la corsa; negli USA il rischio diventa (almeno nella retorica dei suoi stessi protagonisti) una ragione per rallentare la corsa stessa.













