MILANO – Lo stop all’oleodotto East-West deciso dall’Arabia Saudita dopo gli attacchi di droni partiti dalle milizie filoiraniane in Iraq aggiunge ulteriore pressione su un prezzo del petrolio, già proiettato a tornare verso i massimi visti nei mesi scorsi, quando le quotazioni avevano sfiorato i 120 dollari al barile. Gli operatori hanno già cominciato a fare due conti: senza un ripristino dell’infrastruttura, l’Arabia Saudita esaurirà entro pochi giorni le proprie scorte destinate all’export, privando il mercato di circa il 4% dell’offerta mondiale.

Attraverso l’oleodotto, un impianto da 1.200 chilometri costruito negli anni ’80 proprio per avere a disposizione una via alternativa allo stretto di Hormuz e oggi gestito dalla compagnia di stato Saudi Aramco, transitavano infatti 4 milioni di barili al giorno destinati al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Un’area cruciale dove però i conflitti si stanno sempre più intensificando. Il greggio diretto verso sud, destinato soprattutto ai paesi asiatici, passa infatti dallo stretto di Bab el-Mandeb, dove gli Houthi hanno appena conquistato l’isola di Perim, proprio al centro dello stretto.

Lo scalo di Yanbu al momento – ha spiegato la Reuters – avrebbe a disposizione scorte per 5-7 giorni, dopodiché il rubinetto occidentale del petrolio saudita rischierebbe di restare completamente a secco. Un’altra fonte consultata dall’agenzia ha spiegato che ci sarebbero scorte per alcuni giorni anche nei porti di Ain Sukhna, in Egitto, e Sidi Kerir, sulla costa mediterranea dello stesso paese.