La corsa del petrolio verso i 100 dollari al barile non nasce soltanto dalla paura di nuovi bombardamenti. Dietro il balzo del Brent oltre 99 dollari e del WTI vicino a 95 dollari c’è un problema logistico più profondo: le due principali rotte energetiche del Medio Oriente sono entrambe esposte alle conseguenze della guerra.

Il rialzo riflette un rischio molto concreto: il conflitto sta comprimendo contemporaneamente i flussi lungo lo Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso, mettendo sotto pressione sia la principale via d’uscita energetica del Golfo sia il percorso alternativo utilizzato dall’Arabia Saudita.

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Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel secondo trimestre del 2026 il transito di greggio e prodotti petroliferi attraverso Hormuz è sceso in media a 4,9 milioni di barili al giorno, dai 21,6 milioni del quarto trimestre 2025, prima dell’inizio del conflitto. Nello stesso periodo, i volumi passati attraverso Bab el-Mandeb sono saliti a 8,1 milioni di barili giornalieri, perché Riad ha dirottato parte delle esportazioni sulla pipeline Est-Ovest, verso il porto di Yanbu.

Questa strategia ha consentito di attenuare l’impatto delle restrizioni a Hormuz, ma ha anche concentrato una quota crescente delle forniture lungo il Mar Rosso. Gli attacchi degli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno ora esposto la vulnerabilità di questa seconda direttrice, minacciando gli impianti sauditi e il traffico commerciale vicino allo stretto di Bab el-Mandeb.