Wild horse nine di Martin McDonagh, Look back di Kore-eda Hirokazu, Possible Love di Lee Chang Dong, Succederà questa notte di Nanni Moretti e, in extremis, Naza degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor. Tra questi cinque titoli, tra una manciata di ore, troverete il Leone d’Oro del concorso di Venezia 83. In una tornata festivaliera dove non abbiamo visto il classico film immenso che stacca tutti gli altri di venti spanne, ma tanti buoni film, la giuria capitanata dall’attrice Maggie Gyllenhaal ha deciso di sfoltire la dozzina di opere che erano finite nel novero dei papabili (il primo sacrificato pare sia Woman Unknown) per arrivare al verdetto finale.

Ormai si tratta di caselle giuste da riempire e piccoli dettagli formali, ma se il Leone d’Oro finisse nelle mani del duo Abraham/Szor, Venezia consegnerebbe il primo verdetto “politico” in corso della storia dei festival. Naza è sostanzialmente un reportage giornalistico con una scelta estetica ricorrente (le facce invisibili dei comuni cittadini israeliani nei loro appartamenti) modulata sulle scelte di stile di uno dei produttori esecutivi dell’opera, Jonathan Glazer, colui che accusò Israele mentre ritirava un Oscar per La zona d’interesse.