NAPOLI. Domenico Caliendo poteva essere salvato. Se entro 72 ore fosse stato collegato al Berlin Heart, il cuore artificiale extracorporeo, avrebbe potuto essere sottoposto a un secondo trapianto, con una probabilità di sopravvivenza a medio e lungo termine superiore al 70%. È uno dei passaggi più pesanti della maxi perizia depositata nell'inchiesta sulla morte del bambino di quasi due anni e mezzo, deceduto il 21 febbraio dopo il fallimento del trapianto eseguito il 23 dicembre 2025 al Monaldi di Napoli con un cuore prelevato all'ospedale di Bolzano e poi risultato inutilizzabile a causa delle basse temperature.
Un elemento che ha riacceso la rabbia dei genitori. «Sono cose che sosteniamo da mesi, oggi abbiamo questa maxi perizia che lo conferma. È un misto di rabbia e dolore», ha detto Patrizia Mercolino, madre di Domenico, intervenendo a Ore 14 su Rai 2 insieme al marito Antonio Caliendo. «È stata una catena di errori dall'inizio alla fine. Hanno giocato con la vita di mio figlio e hanno pensato di poter nascondere tutto. Io sarò sempre calma, ma voglio giustizia, voglio guardare quei dottori negli occhi: Domenico non me lo porta più nessuno, ma chi ha sbagliato deve pagare».
Secondo quanto riferito dall'avvocato della famiglia Francesco Petruzzi, i periti sostengono che il Berlin Heart avrebbe consentito di mantenere Domenico nelle condizioni per affrontare un nuovo trapianto per un periodo più lungo rispetto all'Ecmo. E un'altra possibilità si presentò davvero: il 17 febbraio si rese disponibile un nuovo cuore, ma a quel punto le condizioni degli organi del bambino, compromesse già da metà gennaio, non consentivano più il ritrapianto. «Con il ritrapianto la probabilità di sopravvivenza a medio e lungo termine sarebbe stata significativa», scrivono i periti. Petruzzi chiede ora alla Procura di valutare la contestazione dell'omicidio volontario al posto di quello colposo, sostenendo che la possibilità del Berlin Heart non sarebbe stata presa in considerazione.










