Pubblicato il: 11/09/2026 – 10:26
di Ennio Stamile
La notizia del suicidio di Denise Cosco a 35 anni squarcia il velo di retorica della lotta alla mafia che per anni ha avvolto la sua figura e quella di sua madre, Lea Garofalo. A colpire, con la forza di una tragica beffa, è un dettaglio anagrafico che suona come una condanna: «Denise si è tolta la vita alla stessa identica età in cui sua madre fu brutalmente assassinata e bruciata dalla ‘ndrangheta». Ma se nel 2009 a premere il grilletto e a distruggere il corpo di Lea fu la ferocia criminale del clan Cosco, nel 2026 la fine di Denise porta con sé una responsabilità diversa, più sottile e istituzionale. È la firma del fallimento dello Stato, incapace di proteggere la vita di chi ha sacrificato tutto per la giustizia.
Un isolamento istituzionale camuffato da protezione
Denise Cosco non era una semplice testimone; era la chiave di volta che aveva permesso di condannare all’ergastolo suo padre, Carlo, e i complici del delitto della madre. Per anni le istituzioni hanno sbandierato il suo caso come l’esempio lampante del riscatto e della vittoria della legalità. La realtà quotidiana, lontano dai riflettori delle commemorazioni ufficiali, era però ben diversa. Il sistema di protezione dei testimoni di giustizia in Italia si conferma, ancora una volta, un meccanismo burocratico e alienante. Cambiare nome, sradicare la propria identità, vivere nel terrore costante della vendetta e sotto il peso di una burocrazia asfissiante non significa “vivere protetti”, ma essere condannati a una prigionia di Stato. Lo Stato si è limitato ad assicurare a Denise una parvenza di sicurezza fisica, dimenticando completamente l’essere umano, la sua salute psicologica e il trauma devastante di una ragazza rimasta sola a combattere i mostri del proprio passato. La Procura di Velletri ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, un atto dovuto, ma l’istigatore morale è da ricercarsi in quell’abbandono sistemico che logora l’anima giorno dopo giorno.











