La notizia del gesto estremo di Denise Cosco figlia di Lea Garofalo, morta a 35 anni — la medesima età in cui la madre venne brutalmente trucidata dalla 'ndrangheta — non è soltanto una tragedia privata. È una sconfitta collettiva. È un atto d’accusa silenzioso e terribile che interpella le nostre coscienze, le istituzioni e il funzionamento stesso di quell'apparato di protezione che dovrebbe essere uno scudo e che troppo spesso rischia di trasformarsi in una gabbia di isolamento. Risulta impossibile non cogliere una ferita speculare che attraversa la storia civile del nostro Paese. La tragica fine di Denise rievoca immediatamente il fantasma e il dolore di Rita Atria, la diciassettenne testimone di giustizia che si tolse la vita a Roma nel luglio del 1992, pochi giorni dopo la strage di Via D'Amelio e l'uccisione di Paolo Borsellino.
Sia per Rita che per Denise, la sofferenza non è scaturita dal pentimento, ma dall'insostenibile prezzo della solitudine e dalla recisione violenta delle proprie radici affettive. Entrambe hanno dovuto spezzare il cordone ombelicale con l'ambiente d'origine, rompendo la cappa dell'omertà mafiosa. Rita perse la figura paterna di Paolo Borsellino, un faro per la sua esistenza. Denise ha vissuto gran parte della sua vita all’ombra del massacro di sua madre per mano di suo padre Carlo Cosco.










