Quando Denise Cosco, domenica scorsa, si è lanciata da una finestra del terzo piano, in casa c’era anche il compagno. Ma non il loro figlio di appena 4 anni. E ora l’uomo è in stato di shock. Sarà lui a dover raccontare alla procura di Velletri – guidata dal procuratore Carlo Villani – che al momento indaga per istigazione al suicidio contro ignoti, cosa sia accaduto in quegli istanti, ricostruendo le ultime ore di vita di Denise. Nei prossimi giorni sarà analizzato il cellulare della donna, mentre si attendono i risultati dell’autopsia. Già ascoltate dai carabinieri di Frascati alcune persone che erano lì e potrebbero fornire ulteriori elementi. Hanno effettuato anche un sopralluogo nell’abitazione.
Sulle spalle di Denise c’era un peso diventato insostenibile. Inghiottita da una storia più grande di lei. Perché era la figlia di Lea Garofalo, giustiziata dalla’ndrangheta. Era stata anche la testimone chiave del processo contro suo padre che, per quell’omicidio, fu condannato all’ergastolo. Una cultura mafiosa che opprime, uccide una madre prima e una figlia poi. Abitava ad Ariccia, nei Castelli Romani. Fino al 2018 era rimasta sotto protezione, nel Torinese. Viveva sotto copertura e lavorava al ministero dell’Interno. Poi, domenica, il volo dalla sua abitazione. È morta giovedì in ospedale, ferita nel corpo e nell’anima. Aveva 35 anni, la stessa età della madre quando fu uccisa. «Nessuno potrà più decidere per te, non dovrai più nasconderti… Posso mostrare il tuo volto e i tuoi occhi bellissimi». Sui social, la zia Marisa Garofalo rompe il silenzio e mostra una foto. «Ancora una volta hai scelto la tua adorata mamma, nessuno potrà più separarvi». Tra le due donne un legame forte: Lea, nata a Petilia Policastro in una famiglia affiliata ai clan calabresi, decise di collaborare, svelando anche gli affari sporchi del suo ex compagno, Carlo Cosco. Dalla relazione con lui era nata Denise e per lei questa donna immaginava un futuro diverso. Ma venne uccisa il 24 novembre 2009 e i suoi resti dati alle fiamme con la complicità di alcuni sodali. La testimonianza di Denise inchiodò i responsabili all’ergastolo.










