Inviato a VeneziaIeri, in Sala Grande, è andato in scena l’unico documentario in concorso per il Leone d’oro di questa edizione della Mostra del cinema. Si intitola Naza, sigla che nel gergo dell’intelligence israeliana indica il numero atteso di civili uccisi in un raid aereo: un acronimo burocratico trasformato in titolo, con l’evidente intenzione di far coincidere la freddezza amministrativa del linguaggio militare con l’orrore che descrive.Firmano il film gli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro autori di No Other Land, Oscar 2025 per il documentario. Girato di notte sui tetti di Tel Aviv, costruito in tre anni attorno a testimonianze di ufficiali dell’intelligence convinti a parlare, il film rielabora un corpus di inchieste già pubblicate tra il 2023 e il 2025 da +972 Magazine, dalla consorella in lingua ebraica Local Call e dal Guardian, che ne è anche produttore. A completare il quadro, la produzione esecutiva di Jonathan Glazer e James Wilson, la coppia dietro La zona d’interesse. Il film è stato accolto a Venezia con una standing ovation di oltre 25 minuti, un record, e bandiere della Palestina. Sembrava di stare allo stadio, dice qualcuno. I registi Yuval Abraham e Rachel Szor, visibilmente commossi, hanno ringraziato. Per gli appassionati del vip watching, è stato avvistato il cantante Ghali.I dubbi sull’operazione, però, sono molti, e in mattinata, l’applauso di critici e giornalisti era stato decisamente contenuto. Il film non nasce come inchiesta autonoma, ma come sintesi cinematografica di inchieste già pubblicate dagli stessi soggetti che oggi lo producono. Chi ha verificato i fatti raccontati? In parte, il lavoro redazionale del Guardian e di +972, testate che rivendicano fonti multiple e riscontri incrociati; ma restano fonti anonime, ex ufficiali che parlano sotto tutela, in un contesto (quello del conflitto in corso) dove la verifica indipendente terza è quasi impossibile.Non è un’obiezione per liquidare il film: il giornalismo d’inchiesta lavora da sempre con informatori protetti. Ma un conto è la pubblicazione scritta, sottoposta al vaglio di un board editoriale e aperta alla replica documentata della controparte; un altro è la sua trasposizione in immagini, dove il montaggio seleziona, ritma, drammatizza, e dove la controparte (l’esercito israeliano, i servizi segreti) non ha diritto di replica nel corpo dell’opera.Il film è unilaterale: lo dicono gli autori, lo conferma la sinossi ufficiale che parla di «uccisione di massa calcolata», lo ribadisce la visione. Dopo un rapido accenno al 7 ottobre, partono le testimonianze di chi uccide da remoto, sparando su obiettivi indicati da una intelligenza artificiale, che seleziona le vittime con criteri poco trasparenti. I civili sono effetti collaterali, sacrificabili in base a una oscura tabella della morte.Naza quindi fa una scelta di campo esplicita. Ma è una scelta giusta per un documentario? Dipende da cosa si chiede al cinema. Se si chiede al documentario di essere strumento di comprensione pubblica di un conflitto reale, ancora aperto, con vittime da entrambe le parti, allora l’unilateralità diventa un limite strutturale, non uno stile. Il rischio non è solo che il film menta o che dica solo una parte di verità. Il rischio è che la suggestione finisca per truccare le risposte.La cornice non è un dettaglio. Il direttore Alberto Barbera ha definito l’inserimento dell’ultimo minuto un «atto di responsabilità», non un’operazione di marketing; ma la Mostra è anche la kermesse più fotografata del cinema d’autore. Offrire a un’inchiesta sulla morte di civili la visibilità planetaria di Venezia è legittimo; ma la stessa cornice glamour rischia di trasformare la tragedia in evento, la denuncia in prodotto culturale da premiare o respingere insieme agli altri venti titoli in concorso, tra Clooney e Pattinson. È una tensione reale e irrisolta di tutto il cinema politico da festival: usare il battesimo mondano per amplificare un messaggio che quel battesimo mondano, per sua natura, tende a diluire in intrattenimento colto.Dopo un film così, è pensabile un dibattito non partigiano? No. Non lo permette il contesto, non lo permette la genesi del documentario, non lo permette l’argomento, ormai occasione di scontro in ogni sede pubblica occidentale.Naza non inventa ma porta un problema di fondo a un’evidenza quasi da manuale: va giudicato per il suo valore estetico (la regia, il montaggio, la tenuta narrativa di ottanta minuti costruiti su interviste) o per il valore della sua testimonianza (l’attendibilità delle fonti, la verificabilità dei fatti)? Sono due criteri che il cinema d’inchiesta pretende sempre di far coincidere, e che invece divergono spesso: un film può essere cinematograficamente ineccepibile e giornalisticamente fragile, o viceversa un’inchiesta solidissima raccontata con pigrizia visiva. La Giuria, però, continua a votare un unico Leone, per un’opera che chiede di essere premiata insieme come arte e come «prova». È il vizio di fondo di tutto il giornalismo d’inchiesta trasferito su schermo: la forma cinematografica, con la sua capacità di persuasione emotiva, finisce per fare da garante implicito di un contenuto che meriterebbe invece un vaglio autonomo. Per tutti questi motivi, il posto giusto per Naza sarebbe stato fuori concorso. Se a queste ambiguità si aggiunge il contenuto militante, con riferimenti inappropriati a Primo Levi e all’Olocausto, dei due incontri dei registi con la stampa risulta difficile non pensare che siamo di fronte, più che a una denuncia, a un’operazione (anche e soprattutto) di propaganda.
Il pubblico acclama “Naza”, il film pro Pal a senso unico
La platea gradisce: 25 minuti di standing ovation (record) e bandiere palestinesi. È il caso politico, non artistico, del giorno. Propaganda o denuncia? I dubbi sull’operazione sono molto forti...











