Di notte, sui tetti di Tel Aviv, con i profili degli intervistati e dell’intervistatore che si fronteggiano nel buio, lungo il tracciato di confessioni scarne, ma sempre precise e esaurienti: «Il nostro film parla del sistema di morte che porta al genocidio di un popolo, non c’è altro modo di chiamarlo». Diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, Naza piomba alla Mostra (accolto con 25 minuti di standing ovation) come uno squarcio fulminante sul dietro le quinte della realtà che abbiamo sotto gli occhi, una galleria di 24 confessioni in cui risuonano le parole di ufficiali dell’intelligence israeliana che, con volti e nomi alterati, descrivono metodi e tecniche dell’uccisione di massa di civili palestinesi. Non ci sono errori dovuti alle macchine di guerra, né responsabilità di droni o computer impazziti, c’è l’accettazione cieca di ordini superiori, svolgere un compito nel modo più funzionale: «Ogni abitazione di Gaza – spiega Abraham – era già mappata prima del 7 ottobre. Esistono sistemi che aspettano che il bersaglio rientri in casa per bombardarlo insieme alla famiglia. Spesso, oltre ai vicini, vengono uccise in un colpo tre generazioni». Nel documentario prodotto da The Guardian, da James Wilson e dal premio Oscar (per La zona d’interesse) Jonathan Glazer come produttore esecutivo, gli ufficiali spiegano che l’Idf privilegia la quantità dei bersagli rispetto alla precisione: «Molte cose – dice Szor – sono state già scritte dai giornalisti presenti a Gaza, ma noi pensiamo sia importante vederle sullo schermo». Nei disegni delle fonti, convinte a parlare in un lavoro d’inchiesta durato 3 anni, le abitazioni dei palestinesi diventano quadrati da sezionare, forme geometriche sottolineate e scomposte per mostrare il modo con cui vengono identificati gli obiettivi, case dove è stato è deciso che in un attimo le esistenze di chiunque saranno annientate: «Ascoltare le testimonianze di chi ha progettato e messo in atto questi metodi – osservano gli autori – rende più difficile negarli. A Gaza l’uccisione di civili continua, anche questa settimana mentre c’è la Mostra è stata ammazzata una bimba di 7 anni. Vogliamo, nel nostro piccolo, mettere pressione su Israele per fermare tutto questo». Ai colloqui si alternano immagini di repertorio che descrivono la fondazione di Tel Aviv, lo spirito con cui era nata, si vedono la spiaggia e i grattacieli in costruzione che disegnano lo skyline di una moderna metropoli: «Abbiamo pensato alla de-umanizzazione di cui parlava Primo Levi. C’è nel film un riferimento all’Olocausto, nella confessione di uno degli ufficiali la memoria della Shoah diventa un modo per giustificare quello che accade a Gaza. Ci sono tante differenze naturalmente con l’Olocausto, ma il punto è nella questione della responsabilità e della giustizia, quello che è certo è che gli schemi di de-umanizzazione sono simili». Naza è l’acronimo che i militari israeliani usano in modo eufemistico per indicare il numero di civili che si prevede verranno uccisi in un raid aereo, l’unità di misura delle cosiddette vittime collaterali, che possono essere donne, bambini, anziani, un termine che sancisce la pratica dello sterminio organizzato. Se si pensa che in un luogo possa esserci un capo di Hamas, spiegano ancora gli intervistati, bisogna colpire e basta, senza badare ai numeri: «Quando le prime indagini giornalistiche rivelarono i fatti – dicono Abraham e Szor – il portavoce dell’Idf negò tutto. Ora che a dirlo in ebraico e davanti alla camera sono cittadini di Tel Aviv, forse sarà meno semplice voltarsi dall’altra parte». Il film (il 28, 29 e 30 settembre nei cinema con I Wonder Pictures) mostra come «una parte consistente della società israeliana creda ancora che a Gaza non ci siano innocenti» e che l’intera popolazione «sia complice delle atrocità del 7 ottobre». Per gli autori «è fondamentale che il film venga visto e che la società israeliana reagisca». Ma dei protagonisti del racconto «solo alcuni avvertono dolore. Altri raccontano con indifferenza, altri ancora sono orgogliosi dei risultati ottenuti». Il rigore è la chiave di volta della narrazione, non a caso l’unica ripresa di vita vissuta tra le macerie dei bombardamenti arriva nel finale, nelle scene in cui un padre disperato cerca i due figli tra cumuli di pietre, gridando i loro nomi, come se fosse possibile ritrovarli ancora vivi: «Il muro della negazione in Israele – concludono gli autori – è molto spesso e resistente. Per quanto riguarda le prossime elezioni, pensiamo che il tema della strage di palestinesi non sia nemmeno sul tavolo».