Un fotoreporter palestinese si aggira tra le macerie di Gaza per fotografare il disastro e le vittime dei bombardamenti. A 60 chilometri di distanza, sul tetto di un grattacielo di Tel Aviv, avvolto dall’oscurità della notte per mantenere l’anonimato, un ufficiale israeliano racconta invece come vengono organizzati quegli stessi attacchi: bombardamenti mirati nei quali si mette scientemente in conto di uccidere anche donne e bambini. Dieci, cinquanta, cento “Naza”, l’acronimo militare per indicare i danni collaterali. Non persone.Sono speculari e si integrano a vicenda due dei documentari più forti presentati alla Mostra del cinema di Venezia per raccontare la guerra di Gaza: uno guarda la devastazione dal terreno, l’altro ascolta chi quella devastazione contribuisce a produrla. Il primo, nella sezione Venezia Open, è Citizen Osama del palestinese Ahmed Hassouna, candidato ai prossimi Oscar per la Palestina. Racconta la vita di Osama, un tempo fotografo d’arte e ora documentarista di guerra, che nel Nord della Striscia lotta per proteggere moglie e figlio appena nato mentre documenta i bombardamenti.Il secondo, in concorso per il Leone d’oro, è Naza, diretto dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro registi coautori di No Other Land, vincitore dell’Oscar 2025. Un film che ha dato un pugno allo stomaco al Lido con le confessioni degli ufficiali israeliani addetti al sistema di intelligence che guida gli attacchi aerei su Gaza.Citizen Osama è, in questo senso, propedeutico a Naza. Il documentario parte dal 2023 e mostra il bombardamento sistematico di Gaza, le case civili distrutte, la mancanza di acqua e cibo, la strage quotidiana di giornalisti, lo spaesamento dei cittadini che non sanno più dove andare né cosa fare. «Ciò che è accaduto a Gaza durante questa guerra e questo genocidio deve essere documentato e preservato nella nostra memoria collettiva. La sola cosa che posso fare è documentare ciò che sta accadendo e contribuire a preservare questa memoria per le generazioni future», racconta ad “Avvenire” il regista da Gaza.Naza, che verrà distribuito in Italia da I Wonder, è l’altra faccia della medaglia. Protagonisti sono venticinque membri dell’intelligence israeliana che raccontano il loro lavoro “sporco”, nel buio dei tetti di una Tel Aviv verticale e luminosissima. Mentre nella città notturna si intravedono cittadini israeliani che cucinano, fanno meditazione o ascoltano i telegiornali, sui tetti Abraham intervista ombre. Qui i militari agiscono in una guerra da remoto che raccontano talvolta come fosse un videogioco.Il sistema che spia e raccoglie i segnali degli apparecchi telefonici palestinesi, nato dopo il 1967, è stato affinato di recente grazie all’intelligenza artificiale. A raccontarlo è anche uno dei suoi ingegneri ideatori: l’IA contribuisce a individuare obiettivi e a determinare l’entità dei cosiddetti danni collaterali. Per colpire un sospetto miliziano di Hamas si decide di ucciderlo a casa propria, bombardando il palazzo perché più efficace, e si calcolano i Naza sacrificabili: dieci, cinquanta, cento. Dai figli che aspettano a casa il papà agli ignari condomini. Dice Abraham. «È una caratteristica del sistema. Ogni casa di Gaza era già mappata prima del 7 ottobre. Esistono sistemi che aspettano che il bersaglio rientri in casa per bombardarla insieme alla sua famiglia. Spesso vengono uccise tre generazioni, oltre ai vicini». Gli ufficiali, nel doc, spiegano che l’Idf privilegia la quantità dei bersagli rispetto alla precisione.Fra i dettagli più agghiaccianti è l’avere inserito tra le parole capaci di mettere in allerta l’algoritmo quelle dette al telefono dai figlioletti dei supposti miliziani: «Papà torna a casa». Il militare dall’altro capo del telefono sente tutto: le urla disperate dopo l’attacco, la morte in diretta. C’è chi dice di non poter intervenire perché è soltanto un tecnico; chi racconta che, dopo la missione di bruciare le case perché gli abitanti non possano ritornare, esce con gli amici; chi sostiene di divertirsi, spinto dagli «ormoni impazziti e dall’odio». Ma c’è anche chi ha voluto tirarsi fuori e si è interrogato: «Penso che i nazisti siano il male, quindi io che cosa sono?». E alla domanda del regista, «È un genocidio?», un militare risponde: «Sì».«Posso parlare di Primo Levi, che ha parlato di deumanizzazione – dice il regista Abraham al Lido –. Di un essere umano che diventa non umano». E aggiunge: «Ci sono tante differenze, naturalmente, tra l’Olocausto e quello che succede a Gaza, ma gli schemi di deumanizzazione sono simili».Perché fare questo film? «Le evidenze sono ben presenti, e riteniamo che ascoltare le testimonianze di coloro che hanno operato e progettato questi sistemi renda difficile negare questi fatti. Noi, in quanto israeliani, abbiamo una posizione di privilegio e ci possiamo relazionare con questo sistema a cui ci opponiamo perché crediamo sia ingiusto». Rachel Szor aggiunge: «Noi viviamo nella società israeliana dove nessuno ne parla, ma anche in Europa e negli Stati Uniti. È fondamentale mettere pressione su Israele».C’è dunque l’ammissione del genocidio, ma non il rimorso. Abraham lo spiega così: «Alcuni non hanno espresso rimorso, altri sì, alcuni hanno parlato con orgoglio della propria professione. Il centro del film è l’uccisione sistematica di più di 70mila persone a Gaza e come il mondo ha permesso che succedesse. Se vogliamo una luce, occorrerà un’assunzione di responsabilità per i crimini commessi e un prezzo da pagare».
Le "vittime collaterali" di Gaza: a Venezia “Naza” è un pugno allo stomaco
Presentato alla Mostra del Cinema l’atteso documentario israeliano che mostra il meccanismo attraverso il quale l’esercito colpisce la Striscia, senza preoccuparsi per i civili











