20 Naza. 50 Naza. 300 Naza. Signora mia, che faccio, lascio qualche Naza in più? La chiacchiera tra i funzionari dell’intelligence israeliani, addetti al sistema che bombarda deliberatamente Gaza, è a questo livello qui. Perché Naza significa danni collaterali. E danni collaterali significa vite umane di palestinesi che saltano in aria quando dal 7 ottobre 2023 Israele ha cominciato a radere al suolo case e palazzi della Striscia di Gaza dove si nasconderebbero (e il condizionale è d’obbligo, perché viene spiegato che spesso non sono in casa) i componenti di Hamas. Insomma, la banalità del male di nuovo in scena. Stavolta con uno scavalcamento di campo storico, politico ed etico che fa spavento. Lo sterminio programmato nei dettagli degli abitanti di Gaza è raccontato in un breve, cupo e sconcertante documentario in Concorso a Venezia 83 intitolato, appunto, Naza. Lo ha prodotto la sezione documentari del Guardian ed è diretto dai registi israeliani Rachel Szor e Yuval Abraham, quest’ultimo autore dell’affermato No other land.

L’impianto di messa in scena è semplice. Di notte, sui tetti di Tel Aviv, in un buio che sa tanto di carboneria ottocentesca, diversi testimoni oscurati in viso e con la voce modificata raccontano all’intervistatore il loro spietato lavoro presso l’unità che programma la distruzione degli edifici a Gaza dopo il fatidico 7 ottobre di tre anni fa. E mentre si confessano crimini contro l’umanità sui tetti, perché questo è, vengono montate decine di inquadrature di finestre con tinelli e salotti dove sono accese tv che pompano ai quattro venti le notizie dei tg israeliani. Gli abitanti israeliani di quelle case magari fanno meditazione, mescolano il sugo, fanno ginnastica, ma non vengono visti in viso, in un parallelo piuttosto evidente con le masse di palestinesi che anonimi ed ignari vengono trucidati mentre dormono, mangiano, pregano nei loro cucinotti di Gaza.