Il documentario di Abraham e Szor, girato di notte sui tetti di Tel Aviv con ufficiali dell'intelligence israeliana che raccontano il sistema di attacco su Gaza, ha ricevuto l'applauso più lungo nella storia della Mostra. Tra il pubblico anche Ghali: "Dovrebbero vederlo tutti"Il documentario di Abraham e Szor, girato di notte sui tetti di Tel Aviv con ufficiali dell'intelligence israeliana che raccontano il sistema di attacco su Gaza, ha ricevuto l'applauso più lungo nella storia della Mostra. Tra il pubblico anche Ghali: "Dovrebbero vederlo tutti"Sui tetti di Tel Aviv, di notte, con il volto coperto dal buio e la voce alterata per restare irriconoscibili, ventiquattro persone hanno deciso di raccontare quello che avevano fatto. Sono ufficiali e soldati dell'intelligence israeliana, reparti d'élite, quasi tutti residenti nella stessa città che si vede scintillare sullo sfondo delle riprese: è a sessanta chilometri da Gaza, ha un'altra luce. Hanno impiegato tre anni a convincerli a parlare, i registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor: "Bastava chiedere", hanno raccontato al Lido, perché il muro di silenzio attorno al massacro dei civili palestinesi si è rivelato più sottile del previsto. Il risultato è "Naza", il documentario prodotto con i giornalisti investigativi del Guardian e con i partner d'inchiesta +972 Magazine e Local Call, arrivato in concorso a Venezia praticamente all'ultimo momento e uscito dalla proiezione ufficiale con venticinque minuti di applausi ininterrotti: è la standing ovation più lunga mai registrata alla Mostra, superiore anche a quella per "La voce di Hind Rajab" dello scorso anno.La trama di NazaNaza è la sigla con cui l'esercito israeliano indica le vittime civili previste, prima ancora che un attacco venga sferrato. Gli uomini intervistati raccontano come funziona quel calcolo non improvvisato, dalla sorveglianza costante delle utenze telefoniche palestinesi alla mappatura delle abitazioni già pronta ben prima del 7 ottobre 2023. Fino all’attesa: quella che un obiettivo rientri a casa perché colpire l'edificio con dentro la sua famiglia risulta più efficiente che inseguirlo altrove. Raccontano di bombardamenti scattati al minimo segnale di vita rilevato tra le macerie, di corpi lasciati insepolti e di colpi sparati su chi usciva dalla fila per il cibo. Lo fanno con toni che oscillano tra il tecnico e l'inquietante: c'è chi si professa un semplice esecutore di ordini, chi ammette di essersi divertito, chi si è posto la domanda delle domande: "Se i nazisti rappresentano il male assoluto, cosa siamo allora noi?”. Uno risponde senza esitazione, quando il regista gli chiede se quello che ha visto sia un genocidio: “Sì”.Le parole dei registi e di GhaliAbraham, che conduce le interviste in prima persona, ha spiegato al Lido la scelta di lasciare parlare proprio i responsabili di quel sistema: "Le evidenze sono già ben presenti, ma ascoltare le testimonianze di chi ha operato e progettato questi sistemi rende più difficile negare i fatti. Noi, in quanto israeliani, siamo in una posizione di privilegio che ci permette di relazionarci con questo sistema a cui ci opponiamo, perché lo riteniamo ingiusto”. Rachel Szor ha invece aggiunto che il silenzio da rompere non riguarda solo la società israeliana, ma anche l'Europa e gli Stati Uniti. Alla domanda su un possibile parallelo storico, Abraham ha citato Primo Levi e il concetto di deumanizzazione, seppur precisando comunque la distanza tra i due eventi: "Ci sono tante differenze tra l'Olocausto e quello che succede a Gaza, ma gli schemi di deumanizzazione sono simili”. A produrre il film anche Jonathan Glazer, regista premio Oscar per "La zona d'interesse" sugli orrori di Auschwitz: grazie a questo dettaglio i registi hanno anche anticipato - e respinto - ogni accusa di antisemitismo.Mentre le bandiere palestinesi e libanesi sventolavano insieme all'applauso più lungo della rassegna, tra il pubblico della Sala Grande era accorso anche Ghali. Il cantante, da anni apertamente schierato a fianco della causa palestinese, ha scelto di non presenziare a red carpet o altri eventi della Mostra: "Sono venuto a vedere Naza a titolo personale. Secondo me lo dovrebbero vedere tutti”. Poche ore più tardi, ha rimandato quel messaggio alla propria fanbase sui social: "L'arte è ancora capace di superare qualsiasi silenzio e qualsiasi censura. È importante che tutti guardino questo documentario, e ritengo necessario che maestri e professori trovino lo spazio per approfondire quello che sta succedendo in Palestina. Non esitate a chiedere cose ai vostri insegnanti, soprattutto a quelli di storia”.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp