C'è un soprannome, tutt'altro che lusinghiero, che circola ormai stabilmente tra gli agenti delle forze dell'ordine americane per descrivere l'ultima generazione di occhiali smart in commercio: "Occhiali per pervertiti". L'etichetta, brutale ma efficace, nasce da un difetto di fabbrica non tecnico ma etico: quei modelli sembrano occhiali qualunque, ma nascondono fotocamera, microfono e assistente IA pronti a registrare chiunque, senza che la persona filmata ne abbia la minima consapevolezza. Un dettaglio che, unito ai primi casi già emersi di molestie documentate proprio grazie a questi dispositivi, ha acceso più di una spia rossa nei corridoi della sicurezza pubblica.A far scattare davvero l'allarme è stato un episodio drammatico avvenuto a Capodanno a New Orleans, quando un uomo si è lanciato con un camion contro la folla, provocando 14 morti e 35 feriti. Le indagini dell'Fbi hanno ricostruito un dettaglio inquietante: prima dell'attacco, l'attentatore aveva percorso due volte in bicicletta la strada teatro della strage indossando proprio un paio di occhiali intelligenti. Una vera e propria ricognizione pre-attacco, condotta con un dispositivo capace di filmare tutto senza dare adito a sospetti, perché indistinguibile da un normale accessorio da vista.La circostanza è finita nero su bianco in una nota interna della polizia di New York, risalente a gennaio, che richiama esplicitamente il caso di New Orleans come precedente da studiare. Il documento chiede agli agenti di prestare particolare attenzione e di segnalare i soggetti che si comportano in modo sospetto e che potrebbero indossare occhiali intelligenti. Una direttiva che, per quanto comprensibile sul piano operativo, apre scenari delicati: come si fa a distinguere, a colpo d'occhio, un innocuo accessorio di moda da uno strumento di sorveglianza travestito da montatura?Il problema non riguarda solo le strade. Negli istituti di polizia è ormai obbligatorio sottoporre a controllo accurato tutti gli occhiali autorizzati per l'uso in cella, proprio per il rischio che i detenuti possano usarli per registrare segretamente ciò che accade all'interno delle strutture. Un cortocircuito clamoroso: la tecnologia pensata per il consumo di massa che finisce per riscrivere i protocolli di sicurezza carceraria.In poche parole, tra molestie documentate, ricognizioni pre-attacco e detenuti pronti a filmare le celle, il confine tra innovazione e minaccia alla sicurezza pubblica si fa sempre più sottile. E la polizia, per ora, può solo correre dietro a una tecnologia che le forze dell'ordine non hanno scelto, ma che sono già costrette a gestire.