Venezia, 10 settembre 2026 – La scena più straziante è l’ultima. Quando vediamo le macerie di Gaza, solo polvere, rovine e morte. E un uomo che grida il nome di sua figlia, tira colpi con un martello, cercando di aprirsi una strada impossibile verso di lei. Poi vediamo che cosa c’è sotto le macerie. Gambe di bambini e bambine. Per un attimo pensi che possano uscire di lì, alzarsi, giocare a pallone. Ma sono cadaveri. Cadaveri di bambini. La scena più straziante è l’ultima, ma altrettanto straziante è quello che viene prima. Scoprire come quella morte di civili venga pianificata, organizzata, preparata. Con quella che viene voglia di definire – ormai è una parola abusata, ma qui ha un senso – la banalità del male.

Alla Mostra del cinema di Venezia oggi è arrivato in concorso Naza, il film documentario dei registi premio Oscar per No Other Land Yuval Abraham e Rachel Szor. Viene accolto dal grido “Free Free Palestine“ e da una pioggia battente che impedisce agli autori del film di sfilare sul red carpet. Alla fine della proiezione, il pubblico tributa all’opera 25 minuti di standing ovation.

Si tratta di un documentario – frutto di tre anni di ricerche, prodotto dal quotidiano britannico The Guardian e con il regista premio Oscar per La zona d’interesse Jonathan Glazer tra i produttori esecutivi – che mostra come lo sterminio dei palestinesi sia per i militari israeliani una sorta di feroce videogioco. Basato sulle testimonianze di 24 ufficiali e soldati dei servizi segreti israeliani, Naza spiega come operi l’esercito israeliano per individuare gli obiettivi da colpire a Gaza. Lo fa usando sistemi di intelligenza artificiale e una sorveglianza sistematica su tutti i cellulari attivi a Gaza. Con l’obiettivo di colpire i membri di Hamas si fa fuoco sulle abitazioni, anche quando è inevitabile che nell’attacco muoiano pure dei bambini. Secondo il documentario, Naza è il termine usato dall’esercito israeliano per indicare i “danni collaterali” di un attacco: i civili che si prevede moriranno.