"Se siamo rappresentanti del popolo italiano dobbiamo riconoscere agli italiani la possibilità di autodeterminarsi. Vi chiedo il coraggio di riconoscere loro un diritto, altrimenti, se dovessimo bocciare questo emendamento, rimarrà il dubbio che noi non abbiamo voluto le preferenze perché non ne eravamo certi di averne a sufficienza per essere rieletti". È la seconda volta che questo appello viene pronunciato durante una votazione del parlamento. La prima volta, l'11 marzo 2014, dai banchi dell'opposizione era stata Giorgia Meloni a leggere il discorso durante la discussione del disegno di legge sull'Italicum. Oggi è stato il leader di Italia viva Matteo Renzi a ripeterlo dopo la bocciatura dell'emendamento sulle preferenze presentato da Dario Parrini del Partito democratico che eliminava i capilista bloccati e inseriva la possibilità di due scelte. "Sulla base di queste parole dovreste solo vergognarvi!", il commento caustico di Renzi dopo la conta dei voti.La provocazione è evidente così come il punto politico. Il campo largo ha deciso di testare la maggioranza su un tema storicamente molto caro a Fratelli d'Italia - Forza Italia e Lega sono più freddi sulle preferenze pure -. Tradire una battaglia identitaria per il partito della premier o rispettare gli equilibri di coalizione. Entrambe le scelte avevano un prezzo politico (e di credibilità) e il centrodestra ha deciso per la seconda opzione.Il parlamento ha respinto il testo di Parrini per 99 "no" contro 68 "sì", con voto palese e dal centrosinistra sono arrivate le critiche a una maggioranza "che non regge più". "Sull'emendamento sulle preferenze assistiamo a una sceneggiatura degna di Renzo Arbore – ha attaccato Enrico Borghi di Italia viva -. La maggioranza fa 'Indietro tutta'. Dalla presidente del Consiglio arriva una retromarcia, un dietrofront, un voltafaccia". Il capogruppo del Pd Francesco Boccia ha incalzato Meloni: "Poteva scegliere fra perdere la faccia o perdere la legge. Ha deciso di perdere la faccia. La coerenza non appartiene al suo partito. Meloni voleva le preferenze finché erano finte. Quando sono diventate vere, ha preferito i nominati. Dopo le promesse tradite sull'economia, dopo aver promesso di cancellare le accise sui carburanti, dopo quattro anni di riforme annunciate, forzate e poi fallite, questa è l'ennesima promessa smentita dai fatti. Da oggi è chiaro, Meloni non è la presidente delle preferenze. È la presidente delle liste bloccate".Anche Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde e deputato di Alleanza verdi e sinistra, ha puntato il dito contro le contraddizioni dei partiti di governo. "Questa maggioranza si regge con lo scotch, sono tutti contro tutti. Tajani contro Salvini, Salvini contro Tajani e Fratelli d'Italia che non riesce a tenere insieme la maggioranza. Meloni ha rinnegato la sua storia politica, che parlava di preferenze, di poter dare la possibilità ai cittadini di scegliere. Invece oggi propongono una norma con i capilista bloccati - attacca Bonelli - Il segnale di una maggioranza, a partire dalla Meloni, ormai in totale sbando, che pensa solo a come conservare il potere".La reazione della coalizione di governo è affidata alle parole del capogruppo di Fratelli d'Italia Lucio Malan: "Tra un emendamento del Pd e mantenere gli accordi, non abbiamo dubbi - il commento di Malan - Fdi è da sempre per le preferenze, alla Camera ha votato per le preferenze, il Pd ha votato sempre per leggi che no le prevedevano tranne per l'Italicum che comprendeva il capolista bloccato", e definisce l'emendamento dem "strumentalizzazione per spaccare il centrodestra". Sulla stessa linea Maurizio Gasparri, senatore di Fdi, che rivendica l'unità della coalizione: "Quando governiamo prevale la capacità di sintesi, siamo una coalizione e questa è la saggezza politica, voi state ancora litigando sulle primarie, le secondarie, il voto online, noi diamo prova di coesione".