Il summit di Parigi ha messo a nudo tutti i paradossi dello spazio europeo, dalle ambizioni agli investimenti, oltre a una dipendenza dall’esterno che resta ancora difficile da colmare. L’industria chiede una svolta, mentre Stati Uniti e Cina accelerano. Nel frattempo, si guarda alla ministeriale Esa di Roma a dicembre

Il primo International space summit si è chiuso oggi a Parigi con molte parole sulla sovranità europea e una domanda che resta senza risposta: l’Europa è pronta a smettere di dipendere dagli altri nello spazio? Perché il vertice al Grand Palais, annunciato da Emmanuel Macron come un momento per rilanciare le ambizioni continentali, più che un punto di svolta ha finito per fotografare tutte le contraddizioni di un’Europa che dice di puntare allo spazio ma che, a conti fatti, lo fa poco e in ordine sparso. Una situazione ben inquadrata dalle analisi dell’Agenzia spaziale europea, secondo cui la spesa pubblica europea per lo spazio equivale a circa lo 0,07% del Pil, pari a circa 15 euro l’anno per cittadino. Negli Stati Uniti, invece, siamo a quasi 220 euro pro capite.

Il paradosso di Parigi

Il problema del summit parigino è che, mentre nel Vecchio continente si parla, gli altri corrono a ritmi sempre più serrati. Gli Stati Uniti puntano a superare i mille lanci l’anno entro il 2030 e la Cina sta accelerando sui lanciatori riutilizzabili. In Europa, invece, il primo lancio orbitale di un’azienda commerciale europea, quello della tedesca Isar Aerospace, è arrivato solo la scorsa settimana. Josef Aschbacher, direttore generale dell’Esa, già prima del summit, aveva dichiarato che il ritmo dello spazio globale sta accelerando e l’Europa deve chiedersi se stia correndo abbastanza. A Parigi, il numero uno dell’Esa è stato ancora più esplicito. L’Europa, ha detto, deve scegliere se essere “passeggera o pilota”, “cliente o fornitore”, “inquilino o architetto”.