Nel giro di un anno e mezzo, rischiano di perdere il posto di lavoro 100mila persone nella filiera dei call center. Ad accendere di nuovo i riflettori sulla precaria condizione degli operatori telefonici sono le dichiarazioni di Pietro Labriola, amministratore delegato di Tim e presidente di Assotelecomunicazioni, durante l’evento “A tua difesa” organizzato dalla Lega alle Officine Farneto. L’allarme lanciato da Asstel è la conseguenza di un’automazione sempre maggiore dei processi scelta dalle aziende e di una progressiva introduzione di forme di intelligenza artificiale nell’assistenza alla clientela. I sindacati, che da diverso tempo denunciano i possibili rischi per i lavoratori, hanno promosso una mobilitazione unitaria. “Ora è urgente aprire un tavolo operativo con le istituzioni nazionali per favorire il ricambio professionale di questi lavoratori” afferma il segretario generale della Slc Cgil Riccardo Saccone.

La proposta avanzata dal ceo di Tim per favorire il ricambio professionale di questi lavoratori guarda alla necessità di digitalizzare tutti i documenti che sono attualmente in formato cartaceo. Dalle cartelle sanitarie ai documenti giudiziari, la digitalizzazione garantirebbe lavoro per 5-10 anni. Il contratto collettivo di lavoro stipulato con i call center ha come vincolo il posto di lavoro, non la mansione: “Se un lavoro sparisce il sindacato non mi può obbligare a mantenere quella mansione”, ha affermato Labriola. Il nodo della questione, al centro anche delle conversazioni con i sindacati, riguarda la necessità di formazione e riqualificazione del personale. Per rispondere ai fabbisogni personali e professionali dei lavoratori è necessaria una regia unica che se ne occupi e, secondo il segretario della Slc Cgil, un tavolo interministeriale dovrebbe occuparsi di coordinare le attività. “La vicenda dei lavoratori calabresi impiegati da Konnecta su attività di digitalizzazione delle cartelle sanitarie dimostra che interventi spot, magari a fini elettoralistici, non funzionano”, incalza Saccone.