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Ultimo aggiornamento: 9:04

Oltre 1.500 dipendenti espulsi dal perimetro aziendale e fatti confluire in una società di nuova costituzione, dove chi li caccia avrà solo una quota di minoranza. Un’operazione che, secondo i sindacati, non ha alcun senso industriale. Aprendo, al contempo, lo spettro a possibili tagli quando finiranno i periodi di garanzia previsti dalla legge. Tim si disfa di Telecontact, società che controlla al 100% e si occupa dei servizi di call center. I 1.591 lavoratori finiranno in una newco, la Dna, che sarà controllata da Gruppo Distribuzione, azienda da oltre 3mila occupati con sedi di lavoro in Italia e nell’Est Europa. Eppure la Dna continuerà a svolgere il customer care per il colosso della telefonia. Almeno per il momento. Il timore è che la nuova società diventi il veicolo attraverso il quale, nel medio periodo, gestire gli esuberi.

Al momento si tratta, senza dubbio, di un’esternalizzazione fatta e finita con i futuri ex dipendenti che lavoreranno in appalto per Telecom Italia mobile avendo in linea teorica la possibilità di aprirsi a nuove committenze. La cessione di ramo d’azienda è stata notificata alle organizzazioni sindacali lo scorso venerdì e Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil hanno subito aperto le procedure di raffreddamento in vista di un possibile sciopero. “Bisogna, a tutti i costi, scongiurare l’espulsione dal perimetro occupazionale dell’azienda e il conseguente transito delle lavoratrici e dei lavoratori in una società a responsabilità limitata, con 10mila euro di capitale sociale, operante in outsourcing, priva di qualsiasi prospettiva e garanzia per i lavoratori”, hanno tuonato i sindacati. “L’operazione – è stata la risposta di Tim – è coerente con quanto deciso nel Cda della capogruppo”.