La Banca centrale europea alza i tassi di interesse di un quarto di punto per contrastare l’impennata dell’inflazione provocata dallo choc energetico legato alla guerra in Iran. Il tasso sui depositi sale dal 2,25% al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65% e quello sui prestiti marginali al 2,90%. È il secondo rialzo del costo del denaro dall’inizio dell’anno, dopo quello deciso a giugno. La scelta arriva mentre l’inflazione nell’area euro è tornata a livelli che non si vedevano da quasi tre anni. La stretta era stretta attesa ed è stata decisa all’unanimità, ma è tutt’altro che indolore per un’economia che resta debole e che la stessa Eurotower vede crescere meno dell’1% quest’anno. Traducendosi in finanziamenti più costosi per famiglie e imprese e condizioni creditizie più restrittive, rischia di frenare ulteriormente consumi e investimenti.
“Lo scenario rimane molto incerto con rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita. Con le decisioni di oggi rimaniamo ben posizionati per navigare le incertezze derivate dal conflitto”, ha detto la presidente Christine Lagarde in conferenza stampa, dribblando la domanda sulle indiscrezioni relative a una sua possibile nomina alla presidenza del World Economic Forum e sull’eventualità di un’uscita anticipata dalla Bce. Ad agosto i prezzi al consumo sono aumentati del 3,3% rispetto a un anno prima, il dato più elevato dal settembre 2023 e nettamente superiore all’obiettivo del 2% nel medio periodo. Il problema è che questa volta l’inflazione non nasce principalmente da un eccesso di domanda che i tassi possano raffreddare. A spingere i prezzi sono soprattutto petrolio e gas, schizzati verso l’alto dopo l’escalation militare in Medio Oriente. Alzare il costo del denaro dovrebbe servire a impedire che lo choc energetico si trasferisca agli altri beni e servizi, alimentando aspettative e dinamiche inflazionistiche più persistenti.












