Settembre 2026: finalmente il tema caldo nelle scuole esplode, tra i genitori, gli insegnanti e pure sui media. La crisi climatica diventa qualcosa di concreto, tangibile: è tuo figlio che entra in un edificio arroventato, è tua sorella o figlia che insegna e deve farlo con 33 gradi e magari 70% di umidità.

Purtroppo, siamo ancora a livello della protesta. E le soluzioni sono lungi da venire perché avrebbero richiesto una pianificazione a lungo termine, con l’investimento di risorse ingenti che per ora nessuno ha voluto mettere. Con una miopia senza pari. Si scopre oggi quasi l’ovvio: e cioè che oltre un milione di docenti, cioè dipendenti pubblici, lavora senza aria condizionata. Mentre otto milioni di ragazzi studiano senza aria condizionata, con temperature che ormai schizzano in alto a fine maggio.

In molti hanno proposto di far slittare in avanti l’apertura del calendario, ad esempio al primo ottobre. L’ho detto in tutti i modi: questa è una scelta sbagliata perché non cambia nulla, anzi toglie le castagne dal fuoco a chi dovrebbe occuparsi di risolvere il problema, che poi si ripresenterebbe, costringendo a uno slittamento in avanti continuo. Di tutt’altro tenore invece mi sembra la direttiva del sindaco di Palermo, che prevede che si resti a casa, eventualmente con la didattica a distanza, in caso di bollino rosso per il caldo. Certo, non è abbastanza, sopra i 30 gradi è già impossibile studiare, qualsiasi medico lo confermerebbe, ma almeno lancia un segnale di allarme. Non solo: definisce “maltempo” non solo la pioggia intensissima ma anche il caldo torrido, anch’esso “maltempo” grave e preoccupante, anche se spesso non viene così raccontato. Eppure il caldo uccide come l’acqua, forse anche più.