Laura Trotter ride molto. Ride di sé, del tempo passato, delle domande troppo serie e persino dell’idea che a un certo punto si debba necessariamente diventare saggi. È il primo elemento che resta di questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie: non la nostalgia, non il ritorno dopo quasi trent’anni, non la memoria di un cinema che appartiene ormai a un’altra epoca. Resta il divertimento. Quello autentico, imprevedibile, che nasce quando l’intervista smette di essere una sequenza ordinata di domande e risposte e comincia invece a prendere una sua strada. Con Laura Trotter succede quasi subito. Ogni domanda apre una deviazione, ogni ricordo ne trascina un altro, ogni risposta contiene una battuta che alleggerisce senza mai svuotare. È come se il tempo, con lei, non procedesse in linea retta ma per scarti improvvisi: un set di Dino Risi, un gatto trasformato in Marlon Brando davanti allo specchio, un passaporto tenuto sempre in borsa “perché non si sa mai”, una sorella che la rimprovera, la tecnologia che continua a non interessarle e, infine, una strega che la riporta davanti alla macchina da presa. Il ritorno al cinema, in fondo, nasce proprio così: non da un progetto calcolato, non da una volontà di ricominciare, ma dalla curiosità. Una parola che attraversa tutta l’intervista e che forse racconta Trotter meglio di qualsiasi curriculum. Curiosità per ciò che accade, per ciò che cambia, per i treni che passano, per le occasioni che non necessariamente devono avere una spiegazione. È la stessa curiosità che molti anni fa l’aveva portata a entrare nel cinema quasi dalla porta principale e che oggi la conduce dentro l’universo oscuro di Samantha Casella. C’è però qualcosa di più profondo sotto questa leggerezza. Laura Trotter non idealizza il passato, non si attribuisce meriti che non sente suoi e sembra quasi infastidita dall’espressione “ce l’ho fatta”. Per lei il successo non è un punto d’arrivo e la libertà assoluta non esiste. Esistono piuttosto le scelte che riusciamo a fare, i compromessi che decidiamo di non accettare, le occasioni che incontriamo e il modo in cui scegliamo di attraversarle. Anche quando parla del mestiere, rifiuta qualsiasi retorica. Una parte è una parte, piccola o grande che sia. Un film può essere considerato importante oppure dimenticabile, ma se decidi di farlo devi dargli tutto. È una posizione quasi elementare nella sua chiarezza, e proprio per questo potentissima: o ci credi oppure non lo fai. Così La tenerezza del serpente diventa molto più di un ritorno. È l’ennesima avventura di una donna che continua a diffidare dell’immobilità, che ama i contrasti, che considera la noia quasi una colpa e che ancora oggi, davanti a una possibilità nuova, sembra pronta a dire semplicemente: «Si va? Si va». E forse il senso dell’intervista è tutto lì. Nel tentativo, spesso fallito e per questo divertentissimo, di costringerla dentro una risposta definitiva. Laura Trotter scappa continuamente dalle definizioni. Non vuole essere “la donna libera”, non vuole essere “quella che ce l’ha fatta”, non vuole nemmeno essere necessariamente saggia. Preferisce essere Laura Trotter: ironica, curiosa, contraddittoria, pronta a partire. Con il passaporto già in borsa.
Laura Trotter, l’intervista all’attrice: “Il sacrificio significa compromesso, preferisco l’avventura”
Laura Trotter torna al cinema dopo quasi trent’anni di assenza con ‘La tenerezza del serpente’ e il ruolo di strega







