Ci sono attori che inseguono il mestiere e altri che sembrano quasi essere raggiunti da lui come Bruno Bilotta. Prima viene lo sport, la disciplina della ginnastica artistica, l’idea che un gesto debba essere provato migliaia di volte prima di diventare naturale. Poi arriva la recitazione, quasi per deviazione. Quello che inizialmente sembra un incontro casuale, però, finisce per trasformarsi in una necessità. È forse questa la parola che resta più addosso dopo aver parlato con lui: necessità. Non successo, non carriera, nemmeno ambizione. La necessità di continuare a studiare, osservare, interrogare una scena, capire perché una battuta funzioni in un modo anziché in un altro. Sotto ogni risposta si sente ancora l’atleta che non accettava di fare senza prima capire e che ha trasferito quella disciplina in un mestiere nel quale, paradossalmente, il punto d’arrivo consiste nell’imparare ad abbandonare le proprie sicurezze. Bruno Bilotta ha attraversato set italiani e grandi produzioni internazionali, lavorando accanto ad alcuni interpreti che hanno segnato il cinema contemporaneo. Eppure non racconta quegli incontri come medaglie da appuntarsi sul curriculum. Anthony Hopkins, Ben Kingsley, Denzel Washington diventano soprattutto occasioni per osservare, sbagliare, imparare. Come se dopo tanti anni continuasse a considerarsi un apprendista, con la curiosità di chi pensa che sentirsi arrivato sia forse il modo più rapido per smettere davvero di essere un attore. C’è poi una curiosa contraddizione. Francesca Rettondini, poche ore prima, me lo aveva descritto come «la persona più buona che possa esistere sulla faccia della Terra». Il cinema, invece, continua spesso a cercare proprio quella faccia per affidarle uomini oscuri, borderline, antagonisti. Bruno Bilotta non sembra stupirsene. Perché nella sua concezione del mestiere l’attore non deve somigliare al personaggio: deve trovare dentro di sé qualcosa che gli permetta di renderlo vero. Anche quando preferirebbe non sapere che quella parte esiste. Ed è qui che questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie diventa più interessante. Per Bruno Bilotta recitare significa progressivamente togliere: la tecnica quando diventa rifugio, la paura di sbagliare, soprattutto le maschere. A un certo punto utilizza un’immagine semplice e potentissima: quella dei cassetti nei quali ciascuno nasconde ciò che può fare male. L’attore, dice, deve avere il coraggio di aprirli. Da quel momento diventa difficile capire dove finisca Bruno Bilotta attore e dove cominci Bruno Bilotta uomo. Forse perché, dopo quasi quarant’anni di mestiere, nemmeno lui sembra più interessato a separarli davvero. E allora La tenerezza del serpente di Samantha Casella diventa soltanto il punto di partenza per parlare di qualcosa di più grande: la vocazione, il rischio, i “no”, la meritocrazia, il bisogno di continuare a mettersi alla prova e quella strana forma di inquietudine che impedisce a un attore di considerare concluso il proprio apprendistato. Alla fine rimane proprio l’immagine di quei cassetti. Bruno Bilotta continua ad aprirli. Anche sapendo che, qualche volta, dentro potrebbe trovare qualcosa che fa male.