Ci sono volti che appartengono alla memoria prima ancora che alla biografia. Francesca Rettondini è uno di questi. Basta pronunciarne il nome perché riaffiori un pezzo preciso dell’immaginario italiano: gli anni Novanta, una televisione capace ancora di fabbricare popolarità enormi, il cinema italiano che conservava maestri e rituali oggi quasi scomparsi, le copertine, i fotografi, quella particolare prossimità tra spettacolo e vita privata che trasformava alcune persone in presenze familiari anche per chi non le aveva mai incontrate. Il rischio, quando un’immagine è stata così forte, è che finisca per diventare una gabbia. Che il tempo continui ad aggiungere anni alla persona mentre lo sguardo degli altri rimane ostinatamente fermo alla fotografia che ha scelto per ricordarla. Francesca Rettondini, invece, sembra avere attraversato il tempo senza preoccuparsi troppo di rassicurare chi avrebbe preferito ritrovarla esattamente dove l’aveva lasciata. Attrice per Ettore Scola e Lina Wertmüller, volto popolarissimo della televisione, interprete capace di attraversare anche una produzione hollywoodiana come Nave fantasma, Francesca Rettondini ha conosciuto quella rara condizione in cui un mestiere smette per qualche tempo di essere soltanto un mestiere e diventa esposizione. Essere guardati, riconosciuti, raccontati. A volte persino raccontati dagli altri più di quanto si riesca a raccontarsi da soli. Oggi qualcosa è cambiato. Non tanto nel desiderio di fare, quello sembra ancora intatto, quanto nella necessità di essere vista mentre lo fa. Ed è forse proprio questa distanza conquistata dai riflettori a renderla più interessante adesso. Perché permette di incontrare una Francesca Rettondini meno immediatamente riconoscibile e, proprio per questo, probabilmente più vicina alla persona che al personaggio. La ritroviamo in La tenerezza del serpente di Samantha Casella, un cinema apparentemente lontanissimo dalla dimensione popolare alla quale una parte del pubblico continua ad associarla. Un universo oscuro, simbolico, inquieto, nel quale il reale non è mai sufficiente a spiegare ciò che accade. Eppure l’incontro tra due sensibilità così diverse possiede una sua strana naturalezza: certe affinità non hanno bisogno di somigliarsi per riconoscersi. Francesca Rettondini arriva all’appuntamento con una qualità che durante quest’intervista esclusiva per Virgilio Notizie diventerà impossibile non notare: non sembra particolarmente interessata a costruire la versione migliore di se stessa. Parla molto, ride, devia, si corregge, ogni tanto si contraddice e non sente il bisogno di cancellare la contraddizione. È una forma di spontaneità sempre più rara nelle interviste, soprattutto quando alle spalle esistono abbastanza vita e abbastanza esposizione pubblica da avere imparato tutte le risposte prudenti. Ed è proprio lì che la conversazione comincia a diventare interessante. Perché dietro una donna che il pubblico pensa di conoscere da più di trent’anni ne compare lentamente un’altra, meno disponibile alle definizioni e molto più difficile da sistemare dentro una fotografia del passato. Forse intervistare qualcuno che è stato molto famoso significa soprattutto questo: provare, per un’ora, a dimenticare la persona che ricordiamo. E vedere chi è rimasto quando la fotografia ha smesso di bastare.
Francesca Rettondini, l’intervista: “Non ho più smania di stare sotto i riflettori ma di restare me stessa”
Dal cinema alla tv fino a ‘La tenerezza del serpente’: Francesca Rettondini si racconta tra presente e futuro








