La petizione di WeWorld e Mammadimerda supera le 78mila firme. Ma dietro la richiesta di rivedere i tempi della scuola c’è una domanda molto più grande: siamo sicuri che il nostro sistema scolastico sia ancora pensato per la società in cui viviamo?
Settembre, per molte famiglie, è il mese delle ripartenze. Si torna al lavoro, si riaprono gli uffici, ricominciano le attività sportive. E poi c’è la scuola. O meglio, ci sarebbe.
Da qui parte la campagna “Ristudiamo il calendario”, promossa da WeWorld insieme a Mammadimerda, che ha superato le 79mila firme e che chiede di ripensare la distribuzione dei tempi scolastici nell’arco dell’anno, mantenendo i giorni di lezione ma introducendo una maggiore continuità educativa e una diversa organizzazione delle pause, anche nei mesi estivi. Per capire cosa ci sia dietro questa proposta abbiamo intervistato Elena Muscarella, program officer educazione e inclusione di WeWorld, che lavora proprio sul tema delle periferie e delle disuguaglianze educative.
E, parlando con lei, diventa presto evidente che il calendario scolastico è soltanto il punto di partenza. “Questa campagna, che abbiamo chiamato ‘Ristudiamo il calendario scolastico’, in realtà è stata lanciata due anni fa. È diventata abbastanza virale e ha attirato l'attenzione dell'intera comunità educante”. Per Muscarella, il tema mette in luce “fragilità strutturali del sistema educativo italiano”. Una scuola pensata per una società che non esiste più Il primo punto riguarda proprio il modo in cui è stato costruito il calendario. “Non possiamo negare che il calendario scolastico italiano è strutturato e pensato su un modello di società che è stato quello della società italiana rurale”. Una società che nel frattempo è cambiata profondamente: sono cambiati il lavoro, le città, le famiglie, i ritmi quotidiani e soprattutto il ruolo delle donne nel mercato del lavoro. “Il modello della scuola che ancora oggi è in campo risponde a un modello di società che non esiste più”, afferma Muscarella.









