di

Stefano Vicari

Il rapporto disordinato con il cibo e i tagli sulle braccia. I farmaci nascosti da utilizzare per il gesto estremo. Il suicidio è una delle principali cause di morte tra i giovani. Nella giornata mondiale dedicata alla prevenzione il neuropsichiatra spiega come riconoscere il disagio

Elena ha quindici anni e frequenta il secondo anno di liceo. È sempre andata bene a scuola. Studia con regolarità, gioca a pallavolo da quando era bambina, ha un gruppo di amiche con cui esce quasi ogni fine settimana. I genitori la descrivono come una ragazza allegra, responsabile, forse un po’ troppo esigente con sé stessa. Poi, nel giro di alcuni mesi, qualcosa comincia a cambiare. All’inizio sono piccoli segnali. Elena studia meno, prende qualche voto più basso, dice che è stanca. Salta un allenamento, poi un altro. Ai genitori spiega che non si trova più bene con l’allenatrice e che la pallavolo le porta via troppo tempo. Progressivamente smette del tutto.

Le amiche la vedono sempre meno. Quando la invitano, spesso risponde che non ha voglia o che deve studiare. In realtà, passa molto tempo in camera. Va a letto tardi, dorme male, al mattino fa fatica ad alzarsi. Anche il rapporto con il cibo diventa disordinato. A volte salta i pasti, altre mangia in continuazione, senza nessuna regola. I voti continuano a peggiorare.I genitori cercano di capire. Pensano alla fatica della scuola, a qualche problema con le amiche, a una fase difficile dell’adolescenza. Quando le chiedono cosa succede, Elena risponde quasi sempre allo stesso modo.«Niente. Sono solo stanca». Poi la madre nota alcune ferite sul braccio.Elena prima dice di essersi graffiata, poi ammette di essersele procurate da sola. Dice che è successo poche volte e che non vuole morire. I genitori si spaventano e chiedono una visita.