Le recenti dichiarazioni sulla ritenuta correlazione tra orientamento elettorale e livello di istruzione e condizione sociale, hanno aperto una delicata tematica i cui effetti alterano il consenso. Senza dubbio lo studio delle tendenze può aiutare a comprendere la distribuzione delle preferenze politiche, ma il passaggio dalla descrizione alla valutazione è più insidioso di quanto possa sembrare. Proprio per queste ragioni chi è titolare di una responsabilità pubblica dovrebbe usare con cautela categorie come istruzione, reddito e provenienza territoriale.
Le differenze possono essere lette e interpretate, ma senza trasformarle in gerarchie implicite tra cittadini. Una democrazia deve sempre provare a capire le motivazioni della scelta, anche quando sono lontane dalle proprie. Un conto è verificare che determinati indirizzi politici sono più diffusi in alcuni gruppi sociali o tra persone con differenti percorsi scolastici. Altra cosa è il rischio che da queste osservazioni si ricavi una graduazione della consapevolezza politica dei cittadini. Il titolo di studio, la condizione economica o il luogo in cui si vive possono contribuire a spiegare il contesto nel quale maturano taluni orientamenti, ma non sono una misura della qualità del voto.














