Per molto tempo i dati sono stati raccontati come se fossero neutri. Eppure, negli ultimi decenni, la ricerca sociale ha mostrato che anche i numeri nascono da scelte. Cosa misurare, come farlo, quali variabili includere e quali lasciare fuori: ogni dataset è il risultato di domande preliminari. E quando cambiano le domande, cambia anche il quadro che emerge.
Oggi la produzione statistica di genere è al centro di una trasformazione culturale con iniziative quali l’European gender data hub dell’European institute for gender equality, e con l’introduzione sistematica di indicatori disaggregati per sesso da parte di istituti come l’Istat. A dimostrazione ulteriore di come il modo in cui osserviamo le disuguaglianze si sta evolvendo, occorre anche citare lo strumento Valutazione di impatto generazionale introdotto in Italia lo scorso anno per chiedere alle istituzioni di misurare sistematicamente gli effetti sociali e ambientali delle leggi su diverse fasce della popolazione nel tempo, in particolare sulle giovani generazioni e sui gruppi vulnerabili. Una parte importante di questa trasformazione è guidata da statistiche, demografe, economiste e data journalist che stanno contribuendo a ridefinire il modo in cui osserviamo i fenomeni sociali ed economici. Non si tratta semplicemente di una maggiore presenza di professioniste nei centri di ricerca, ma di un cambiamento nello sguardo analitico. L’introduzione sistematica di indicatori di genere nella statistica pubblica, la rilettura dei dati demografici alla luce delle nuove forme familiari, la revisione delle metriche sul lavoro e sul welfare sono esempi concreti di come la prospettiva con cui si costruiscono i dati possa modificare la comprensione della realtà.






