Lo scaffale
Mario Lavia
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Accade solo ai libri importanti di essere, nella loro brevità, estremamente complessi. E in questo romanzo di Dorothee Elmiger – “Quello che non si può dire“, traduzione di Nicoletta Giacon, Gramma Feltrinelli – è abbastanza breve ma dentro ci sono tante cose. Con questo romanzo la scrittrice svizzera ha vinto il Deutscher Buchpreis 2025, il più importante premio letterario tedesco.
Questa è letteratura pura, quella che corteggia la filosofia. L’esito – diciamolo subito – potrebbe anche lasciare nel lettore quella tipica insoddisfazione che si racchiude nella domanda: “Ma come finisce?”. È una domanda in questo caso mal posta, giacché si tratta in un certo senso di un non-romanzo, pur essendo intessuto di varie storie e ambientato in un quadro molto “romanzesco”, la giungla – non a caso si sono fatti accostamenti con “Cuore di tenebra” di Conrad – e la giungla, più di ogni altro luogo, si presta ad essere perfettamente il teatro del mistero delle cose, il luogo ove tutto s’ingarbuglia, e si perde. È una scrittura che ipnotizza, quella di Elmiger. Ci costringe a passarci attraverso, per così dire, trattenendo il respiro. La vicenda, che origina da un fatto vero (due ragazze olandesi che nel 2014 si persero nella foresta), è quella di un regista teatrale che vuole mettere in scena un insieme di storie, sensazioni, vita, morte, tentando di dare un ordine al disordine. Un qualcosa di mai fatto prima.








