Una giornata di pioggia, a Francoforte. Una nota scrittrice, da tempo insabbiata in un testo troppo ingarbugliato. E una telefonata che, di colpo, le cambia la vita. Un regista teatrale l’ha invitata a fare un viaggio nella foresta tropicale, lì dove anni fa si persero le tracce di due ragazze olandesi.Parte così “Quello che non si può dire”, un romanzo a dir poco sconvolgente appena pubblicato da Feltrinelli, che Dorothee Elmiger ha costruito ispirandosi a una oscura vicenda di cronaca. La scomparsa, nell’aprile 2014, delle due olandesi nelle foreste di Panama è una tragedia sino a oggi mai chiarita. Nella ricostruzione degli indizi – lo zaino poi ritrovato delle ragazze; le loro foto nella giungla; le testimonianze di chi le ha viste – il romanzo della 40enne scrittrice svizzera è di una precisione chirurgica. D’altronde, anche la scrittrice che lei fa viaggiare in quelle foreste – sotto piogge torrenziali e una vegetazione oscena nella sua spietata bellezza – non deve far altro che “trascrivere” i discorsi della troupe teatrale, messa su dal regista.«Nel romanzo mi interessava capire quello che succede a dei personaggi che provano a rivivere sulla propria pelle la cruda realtà dei tropici», spiega Elmiger, contattata nel suo appartamento a New York (la scrittrice sarà a Sarzana, ospite del Festival della mente, il 5 settembre).Ovvio che, non appena si immergono nel cosmo umido e assordante della giungla, la scrittrice e l’intera troupe sono risucchiati in una spirale di terrore puro. E subito i protagonisti del romanzo, come i resoconti della scrittrice, risentono le cupe atmosfere già narrate da Joseph Conrad in “Cuore di tenebra” o le scene più inquietanti del capolavoro di Coppola (“Apocalypse Now”); le disavventure filmate da Werner Herzog con quella furia di Klaus Kinski. «Film come “Aguirre” e “Fitzcarraldo” sono stati un punto di riferimento del mio testo», ammette Elmiger: «Ma la mia domanda centrale è cosa accade in noi quando varchiamo le zone d’ombra di un territorio sconosciuto».È con questa raffinata analisi psicologica che il romanzo, un gioiello di 160 caleidoscopiche pagine, ci risucchia nel buco nero della foresta con una forza devastante, ipnotica. Non appena giunti nel loro resort andato a male (tutto nella giungla è corroso dall’umidità e dai funghi), i membri della troupe, dal regista al cameraman americano, dalla costumista belga all’attrice svizzera, si ritrovano a rivivere i propri traumi, come se l’impatto allucinante con la giungla sfasciasse al volo ogni certezza e presunzione dell’uomo occidentale.«L’orrore biblico di fronte all’immensità del creato è uno dei leitmotiv del romanzo», dice Elmiger: «Di fronte a una natura così potente, noi e tutte le nostre tecnologie siamo rigettati indietro, sospinti a muoverci a tentoni come bambini spaventati e spersi nel nulla». Gli abnormi spazi del delta e della giungla pluviale, l’inestricabile intreccio delle mangrovie formano baldacchini impervi, difficili da scalare. E gli uccelli dei Tropici, giganteschi avvoltoi o pipistrelli che sfrecciano nella notte in realtà non cantano, «ma come direbbe Herzog urlano, piuttosto, tutto il loro dolore», sottolinea Elmiger. E sin dalla prima notte nel buio totale del bungalow, divisa dall’eterno ribollire della giungla solo da zanzariere, la nostra scrittrice (a cui Elmiger non dà neanche un nome proprio) documenta nei suoi appunti le forme dell’orrore.A quelle latitudini in ogni caso i telefonini sono inutili: anche quelli ritrovati nello zaino delle due olandesi avevano in memoria pochi tentativi di chiamate. E alla fine, le ragazze li adoperarono per “fotografare” gli incubi della notte. Anche la telecamera del giovane americano o i microfoni del tecnico del suono vanno quasi subito in tilt in quel soffocante inferno verde. Anzi, più la troupe si inoltra fra i sentieri tropicali, tra uccelli rossi, lucertole azzurre e fiori al neon, e più i loro discorsi (che la scrittrice riporta in frasi sempre più allucinate) si avvitano in confessioni angoscianti, momenti di panico e spezzoni di traumi. Come l’episodio inquietante narrato dall’attrice svizzera che, a più tappe, svela alla scrittrice di essersi trovata in una fattoria alpina a custodire delle capre. E di risentire ancora ora, nella giungla, le urla strazianti degli animali che, di notte, partorivano dei capretti, morti durante il parto. O gli amori di Liesbet, la costumista, che ricorda la sua relazione agghiacciante con un pittore manico-depressivo, un tizio che all’improvviso si trasformava in una violenta bestia accecata dalla disperazione. O la coppia di pensionati a New York che, per un frigorifero che non funziona più, perdono completamente la testa, e appiccano il fuoco all’intero palazzo.«Sì, basta un attimo per scaraventarci nella più cruda follia dei nostri abissi interni, nell’ansia per una realtà che non riusciamo più a controllare, tantomeno a gestire con la nostra razionalità», spiega Elmiger.Per quanto breve e denso il romanzo della Elmiger, che in Germania ha spuntato nel 2025 il prestigioso Deutsche Buchpreis, è il racconto del tentativo, sempre fallimentare, della nostra mente di governare con le parole ferite e fobie ancestrali. Tra le scrittrici in lingua tedesca Elmiger è famosa per innestare nelle sue pagine non solo varie fonti letterarie (nel romanzo si fanno riferimenti a “Il carpentiere” di Thomas Bernhard, all’ostinato mutismo del Bartleby di Melville o a Fleur Jaeggy), ma anche le più complesse teorie filosofiche. Nei suoi appunti la scrittrice del romanzo menziona volentieri la fenomenologia di Merleau-Ponty o i passaggi più melanconici dell’estetica di Walter Benjamin. Ma è la figura del regista teatrale che, nel cuore della giungla, cerca di salvarsi dal pandemonio che li sovrasta con una fitta rete di richiami alla “Dialettica dell’Illuminismo” di Theodor W. Adorno e Max Horkheimer. «Ho cercato di non prendere in modo troppo dogmatico questi rimandi, a cui il regista ricorre in modo quasi sacerdotale. Ma penso che le tesi di Adorno sulla ricaduta della tecnica e dei Lumi nella barbarie siano più attuali che mai», continua Elmiger.In fondo, cos’è la storia della globalizzazione se non il fatto che la colonizzazione partita cinque secoli fa con i viaggi di Colombo e le Conquiste degli spagnoli sia ormai giunta al capolinea? Solo che oggi le foreste tropicali e le popolazioni sfruttate per secoli sino all’osso rivendicano i loro diritti e si vendicano degli affronti subiti. «La crisi ecologica in cui ci siamo impantanati è per l’appunto il risultato di questo secolare sfruttamento delle risorse planetarie, e un fallimento della razionalità scientifica», argomenta Elmiger. È per la somma di tutte queste sconfitte e “linee d’ombra” varcate che, spersi come sono nel cuore delle tenebre, la scrittrice e la troupe avvertono chiaramente che nessun Dio potrà mai salvarli. Sporca, sconvolta, ferita alla mano, nei suoi fogli la scrittrice annota frasi come: “l’essenza erratica del mondo”, “il grande dio vuoto”, il “nulla abissale, a perdita d’occhio”.Certo, questo di Dorothee Elmiger non è un romanzo a lieto fine. Né il lettore saprà mai se il progetto di rimettere in scena la tragica fine delle due olandesi vada in porto. Dopo una traversata sempre più drammatica nella foresta, la scrittrice, una donna di una certa età, getta la spugna e fugge. Di quell’esperienza le restano pagine ancora impregnate dell’umidità tropicale; righe schizzate nel terrore della notte, brandelli di frasi quasi illeggibili e già oltre la zona del non-senso.«Volevo documentare questo impulso della letteratura «, conclude Elmiger con il suo candido sorriso, «ad affrontare il caos che ci circonda. Il suo bisogno di strappare frammenti di luce alla notte e alla inaudita violenza della Storia». Come quella serie, spettrale quanto affascinante, di scatti notturni rimasti nel cellulare che le due ragazze olandesi ci hanno lasciato prima di sparire. Ed è tutto questo “Quello che non si può dire”: un romanzo assolutamente da leggere per tutti coloro che amano la vocazione più profonda della letteratura.