Il romanziere canadese David Szalay, vincitore del Booker Prize nel 2025 con il suo Nella carne (in Italia per Adelphi e la traduzione di Anna Rusconi) è un narratore dell’essenziale calato nel globale. I suoi protagonisti sono spesso alle prese con una vita della quale non sembrano avere molto più di un garbato controllo dei dettagli. Il resto, semplicemente, capita e ne determina il corso delle esistenze. È una condizione, questa, nella quale molti lettori, al giorno d’oggi, potrebbero ritrovarsi: a metà tra l’impotenza e l’incredulità. Con un piede nella storia e l’altro nella vita, che, comunque, va vissuta fino in fondo. C’è qualcosa al di là della nostra volontà che regola le nostre vite?«Tutto: il denaro, la classe sociale, la geografia, l’invecchiamento, il desiderio, il cambiamento politico. Sopravvalutiamo molto le nostre capacità quando si parla di gestione dell’esistenza». Cosa possiamo farci?«Poco. La maggior parte delle cose accadono senza che nessuno le abbia volute e noi viviamo nella tensione tra il destino e la volontà, che è uno dei grandi temi della letteratura, almeno nella tradizione europea, fin dagli antichi greci. Il destino non è risolvibile. È un problema eterno, che ha sempre affascinato gli esseri umani e continuerà a farlo. La capacità di agire degli esseri umani è circoscritta da così tanti altri fattori da essere, alla fine, piuttosto limitata. Il che non equivale a dire che non esista». Quindi c’è speranza?«Se con speranza intendiamo una forza opposta al destino, no. Se invece ne parliamo come un mezzo per accettare e fare il meglio che possiamo col destino, sì». Poi ci sono i grandi eventi…«La storia è qualcosa che, silenziosamente, ridisegna le possibilità che abbiamo a disposizione. In Nella carne, la vita del protagonista viene continuamente ridiscussa da eventi globali sullo sfondo di una vita non memorabile. Naturalmente la storia la viviamo anche consapevolmente, ma il suo vero significato per gi individui sta nelle possibilità che apre o chiude, anche se quasi non ce ne accorgiamo. È semplicemente “vita”». Lei pensa spesso alla storia mentre accade?«Non mi fermo a fare congetture su come mi cambierà la vita. Mi affascina pensare che la storia globale, però, faccia muovere le persone». Le costringe a spostarsi?«Anche. Pensi a quanto gli ultimi anni di storia abbiano influito sui flussi migratori». Questo ha reso l’Europa una società più aperta o meno radicata?«Credo che l’Europa oggi sia una società fluida, per quanto riguarda la possibilità delle persone di spostarsi. Non sono sicuro che userei la parola “aperta”, se non nel senso che questi spostamenti sono possibili, anzi piuttosto facili, il che spiega perché avvengano. Ma il movimento crea un nuovo spazio, chiamato “Europa”, ancora vagamente definito e forse caratterizzato proprio da un senso di sradicamento e di desiderio mal riposto». Esiste ancora il desiderio nell’era del consumismo?«L’idea che alle persone venga “insegnato” cosa desiderare non è un fenomeno particolarmente contemporaneo. Tutte le società si organizzano in base a ciò che è desiderabile e ciò che non lo è, con delle costanti. Lo status sociale, per esempio, è sempre desiderabile. A questo livello, non credo che la vita contemporanea stia producendo desideri nuovi». E il denaro?«È il linguaggio dominante attraverso cui gli individui comprendono il proprio valore. È una forma di potere. È possibile che in passato esistessero forme di potere concorrenti capaci di limitarne il predominio, legate alle credenze religiose, oppure a una violenza fisica più diffusa. Nella nostra società, però, è vero che il denaro è di gran lunga la fonte di potere dominante». Lei scrive di mascolinità...«Che però è molto meno definibile, se non messa in relazione con il contesto sociale». È cambiata?«È cambiato il modo di concepirla. Certi aspetti hanno perso chiarezza, e questo può costituire un problema di accettabilità o meno di determinate azioni. Nel corso dell’ultimo secolo, o giù di lì, si sono verificati enormi cambiamenti sociali ed economici, perciò idee come quella di mascolinità sono sempre costrette a adattarsi a condizioni nuove. L’ Amleto è un dramma sulla crisi della mascolinità nell’Europa del suo tempo, quando il potere passò da un’aristocrazia militarizzata a un’élite alfabetizzata composta da burocrati, avvocati e mercanti». È il contesto a complicare le vite…«In un certo senso. Ed è la reazione degli individui a determinare i cambiamenti di contesto». Lei dà poco spazio all’introspezione psicologica…«T.S. Eliot disse di Henry James che possedeva “una mente troppo raffinata per essere violata da un’idea”. Naturalmente si tratta di un giudizio di valore: le idee non sono mai positive in contesto artistico. Si frappongono tra la realtà la sua rappresentazione. Nel migliore dei casi la semplificano, nel peggiore la falsificano. E spesso sono anche noiose. Credo che sia questa, in definitiva, la ragione per cui ho voluto limitare l’interpretazione psicologica. Che poi è qualcosa che il lettore può portare nel testo – e quasi certamente lo farà». È compito del lettore?«Sì, non del romanzo. Il compito del romanzo è rappresentare la realtà in un modo che appaia sufficientemente vera da rendere valida l’interpretazione psicologica. Ed è proprio questa la sua forza: poter tralasciare le astrazioni. La narrativa dovrebbe guardare al proprio tempo, non interpretarlo». C’è qualcosa di nuovo da osservare?«Sospetto che tutto sia semplicemente la vecchia realtà umana che indossa abiti contemporanei. Le crisi alle quali assistiamo sono tutt’altro che fenomeni esclusivi del mondo contemporaneo. Le migrazioni di massa hanno avuto luogo in Europa già nel quarto e nel quinto secolo. Pandemie e guerre sono sempre esistite. Trump e Putin sono archetipi senza tempo, anche se oggi dispongono di armi nucleari. Forse l’aspetto propriamente moderno è che la posta in gioco è molto più alta: siamo capaci di distruggere noi stessi come specie in un modo in cui i nostri antenati non erano di immaginare».