La storia de “Il grande mantenuto” parte da un annuncio fatto a tavola durante il pranzo di Natale. Sarebbe potuto succedere in qualsiasi altro luogo e momento, di sicuro; eppure non riesco a immaginare un diverso quando o un alternativo dove, perché mi pare che l’unico luogo in grado di condensare decisioni più scomode sia soltanto il rettangolo, o il cerchio per gli amanti dei tavoli tondi, attorno al quale le famiglie si riuniscono. Durante i pranzi o le cene di fatto c’è una disponibilità ordinata di pubblico, come in teatro, un uditorio pronto. È a tavola che si combattono le battaglie generazionali più crude: l’unità minima del cambio generazionale e della lotta di classe. «Quando annunciai alla mia famiglia il proposito di diventare uno scrittore, ossia di diventare un mantenuto, ma un mantenuto colto, un grande mantenuto, stavamo al pranzo di Natale e mia nonna fu così contenta che entro due portate morì, inzuppando il suo testone novecentesco nel cotechino con polenta». Si apre così il secondo romanzo di Alberto Ravasio, dopo il brillante esordio de “La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera”, pubblicato ancora una volta da Quodlibet. Si tratta della storia di un esordiente scrittore bergamasco, laureato in filosofia, che annuncia di voler diventare uno scrittore, e del suo pellegrinare in cerca di sicurezza economica e letteraria. Prima è ospite di due studentesse lecchesi che lo accolgono come animale domestico, poi di una fidanzata figlia della borghesia intellettuale bergamasca, madre giornalista culturale, nonni proprietari di mezza città. Nel mezzo: la relazione con lo scrittore totem, lo spaccio selvaggio di manoscritti, contratti capestro di editori di provincia, un premio per esordienti e riviste online claudicanti e claustrofobiche. All’esterno: la crisi del 2008, il mercato del lavoro che si contrae, quello editoriale che diventa bolla e burla, infine il covid.Il libro mette in scena, con la solita pungente ironia dell’autore, una specie di commedia nera che fa piangere mentre ancora non si è finito di ridere. Gli eventi rifrangono sul personaggio dello scrittore esordiente proiettando in diverse direzioni faville di riflessione (e di derisione, ma anche di compassione): in primis, ovviamente verso il mondo editoriale che si presenta goffo e surreale, fintamente solido, per questo sordido e borghese ma soprattutto economicamente povero. Poi, in direzione della Storia economica, con la maiuscola, che va dal 2008 al 2020: “la crisi importata” dei fratelli Lehman, debito sovrano, la riforma Monti; ma anche quella micro-economica, anzi persino intimo-economica. “Il grande mantenuto” è anche la storia del giovane lavoratore italiano che si relaziona con un mondo lavorativo dove imperano ancora le ricche vecchie generazioni, le quali a loro volta si lamentano, come si lagnano tutt’oggi oltre la finzione letteraria senza cognizione di contesto e causa, del fatto che i giovani – a detta loro – non abbiano voglia di lavorare. È anche la storia di chi è destinato a scrivere ma non può farlo perché non riuscirebbe a mangiarci (è sempre stato così, forse: ma oggi meno di ieri, per certo) perché ha avuto la sfortuna di provenire da una classe sociale con le spalle piccole. Allora la sventura è doppia. Così Ravasio aizza, con un sentimento derisorio e melanconico, una doppia diserzione di classe che ringhia sia verso l’alto (i nati ricchi, gli unici a poter campare di scrittura) sia verso il basso (la propria famiglia che non legge e che guarda alla carriera dello scrittore come quella di un “grande mantenuto”, di un colto scansafatiche, insomma). È aiutato da uno stile allegro, sempre colto e “neologista”, al servizio del racconto di un disfacimento che vuole mostrarci quanto il mondo del lavoro stia male e quanto quello editoriale stia peggio.Tutto parte da un pranzo di Natale, o meglio: dall’immagine della nonna che muore nella polenta: simbolo di un Novecento che si congeda e con lui le lotte di classe assieme all’idea che il lavoro culturale possa essere retribuito (se possibile anche bene). Qui il tavolo si fa palcoscenico, il banchetto teatro e i familiari pubblico. Nell’ordine che abbiamo dato al mangiare attorno alla tavola – con le sue regole, il bon ton, il galateo, eccetera – si condensa una visione conservatrice e ordinata dell’universo. Per questo i bambini e i più giovani, che per definizione nascono rivoluzionari, disertano con capricci e bizzarrie. Saltano sulla sedia e rovesciano il cibo. Poi si cresce e ci si avvicina all’ordine costituito, si impara “come si sta a tavola”. Nella pantomima del pranzo di famiglia allora è buona norma che ci siano sempre un bambino e uno scrittore: perché il primo distrugga l’istituzionalità delle buone maniere e il secondo ricordi al capotavola che ci ha insegnato a sedere a tavola, ma si è scordato di mettere il cibo nei piatti. LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp
A tavola come a teatro c’è sempre bisogno di uno scrittore: “Il grande mantenuto” di Alberto Ravasio
La storia de “Il grande mantenuto” parte da un annuncio fatto a tavola durante il pranzo di Natale. Sarebbe potuto succedere in qualsiasi altro luogo e momento, di sicuro; eppure non riesco a immaginare un diverso quando o un alternativo dove, perché mi pare che l’unico luogo in grado di condensare decisioni più scomode sia soltanto il rettangolo, o il cerchio per gli amanti dei tavoli tondi, attorno al quale le famiglie si riuniscono. Durante i pranzi o le cene di fatto c’è una disponibilità ordinata di pubblico, come in teatro, un uditorio pronto. È a tavola che si combattono le battaglie generazionali più crude: l’unità minima del cambio generazionale e della lotta di classe. «Quando annunciai alla mia famiglia il proposito di diventare uno scrittore, ossia di diventare un mantenuto, ma un mantenuto colto, un grande mantenuto, stavamo al pranzo di Natale e mia nonna fu così contenta che entro due portate morì, inzuppando il suo testone novecentesco nel cotechino con polenta». Si apre così il secondo romanzo di Alberto Ravasio, dopo il brillante esordio de “La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera”, pubblicato ancora una volta da Quodlibet. Si tratta della storia di un esordiente scrittore bergamasco, laureato in filosofia, che annuncia di voler diventare uno scrittore, e del suo pellegrinare in cerca di sicurezza economica e letteraria. Prima è ospite di due studentesse lecchesi che lo accolgono come animale domestico, poi di una fidanzata figlia della borghesia intellettuale bergamasca, madre giornalista culturale, nonni proprietari di mezza città. Nel mezzo: la relazione con lo scrittore totem, lo spaccio selvaggio di manoscritti, contratti capestro di editori di provincia, un premio per esordienti e riviste online claudicanti e claustrofobiche. All’esterno: la crisi del 2008, il mercato del lavoro che si contrae, quello editoriale che diventa bolla e burla, infine il covid.Il libro mette in scena, con la solita pungente ironia dell’autore, una specie di commedia nera che fa piangere mentre ancora non si è finito di ridere. Gli eventi rifrangono sul personaggio dello scrittore esordiente proiettando in diverse direzioni faville di riflessione (e di derisione, ma anche di compassione): in primis, ovviamente verso il mondo editoriale che si presenta goffo e surreale, fintamente solido, per questo sordido e borghese ma soprattutto economicamente povero. Poi, in direzione della Storia economica, con la maiuscola, che va dal 2008 al 2020: “la crisi importata” dei fratelli Lehman, debito sovrano, la riforma Monti; ma anche quella micro-economica, anzi persino intimo-economica. “Il grande mantenuto” è anche la storia del giovane lavoratore italiano che si relaziona con un mondo lavorativo dove imperano ancora le ricche vecchie generazioni, le quali a loro volta si lamentano, come si lagnano tutt’oggi oltre la finzione letteraria senza cognizione di contesto e causa, del fatto che i giovani – a detta loro – non abbiano voglia di lavorare. È anche la storia di chi è destinato a scrivere ma non può farlo perché non riuscirebbe a mangiarci (è sempre stato così, forse: ma oggi meno di ieri, per certo) perché ha avuto la sfortuna di provenire da una classe sociale con le spalle piccole. Allora la sventura è doppia. Così Ravasio aizza, con un sentimento derisorio e melanconico, una doppia diserzione di classe che ringhia sia verso l’alto (i nati ricchi, gli unici a poter campare di scrittura) sia verso il basso (la propria famiglia che non legge e che guarda alla carriera dello scrittore come quella di un “grande mantenuto”, di un colto scansafatiche, insomma). È aiutato da uno stile allegro, sempre colto e “neologista”, al servizio del racconto di un disfacimento che vuole mostrarci quanto il mondo del lavoro stia male e quanto quello editoriale stia peggio.Tutto parte da un pranzo di Natale, o meglio: dall’immagine della nonna che muore nella polenta: simbolo di un Novecento che si congeda e con lui le lotte di classe assieme all’idea che il lavoro culturale possa essere retribuito (se possibile anche bene). Qui il tavolo si fa palcoscenico, il banchetto teatro e i familiari pubblico. Nell’ordine che abbiamo dato al mangiare attorno alla tavola – con le sue regole, il bon ton, il galateo, eccetera – si condensa una visione conservatrice e ordinata dell’universo. Per questo i bambini e i più giovani, che per definizione nascono rivoluzionari, disertano con capricci e bizzarrie. Saltano sulla sedia e rovesciano il cibo. Poi si cresce e ci si avvicina all’ordine costituito, si impara “come si sta a tavola”. Nella pantomima del pranzo di famiglia allora è buona norma che ci siano sempre un bambino e uno scrittore: perché il primo distrugga l’istituzionalità delle buone maniere e il secondo ricordi al capotavola che ci ha insegnato a sedere a tavola, ma si è scordato di mettere il cibo nei piatti. LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp








