di Luca Mastrantonio

Dopo il successo internazionale con «Le perfezioni», l’autore torna in libreria con «Una splendida rovina», storia di una coppia di trentenni e della loro fuga in avanti tra amore e riscatto immobiliare: «Quelli della mia età stanno vivendo la rottura del patto sociale. E così cercano la gabola, il modo di far tornare il mondo a com’era prima»

Viviamo in un sistema che non tollera il fallimento. Se non quello degli altri, che relativizza il nostro. E qual è il modo migliore per nasconderlo? Fare nuovi progetti, rilanciare, alzare l’asticella, fino a trasformare il progetto in sogno, che non appartiene al mondo reale, per cui potremo sempre inventarci il perché non l’abbiamo realizzato. Come fa il protagonista-narrante del nuovo romanzo di Vincenzo Latronico, Una splendida rovina (Einaudi). Al centro, due giovani in crisi materiale e spirituale, lui italiano lei tedesca, si incontrano per caso e da quell’incontro trasformano le coincidenze in costellazioni, il caso in destino, coronando il sogno di vivere in campagna nella desolata Pomerania (descritta come un grande Molise tedesco). Ci provano, con gli esiti annunciati del titolo, che riguardano la relazione e il progetto immobiliare, con cui cercano di nasconderne le crepe sentimentali, stuccante con foglie d’oro, come se una casa fosse un vaso giapponese. Da qui, lo splendore, la luce che Latronico si inventa con una voce narrante, il protagonista maschile, che ammette di fantasticare, strizzando gli occhi sul mondo, e di mentire, come un baro che non vuole barare da solo.