A ventun anni si può raccontare la storia che si muove dentro l’anima. Il risultato, il più delle volte, sarà un buon romanzo d’esordio, uno di quelli che lascia intravedere il talento di un autore che ancora deve farsi e che deve masticare vita ed esperienze prima di poter essere definito davvero uno scrittore. Accade così, il più delle volte.Oppure il giovane autore consegnerà al mondo un’opera compiuta, matura, con una sua cifra linguistica ben determinata e la capacità espressiva che sembra richiamare quella dei classici. E questo sembra essere il caso del ventunenne Nelio Biedermann con il suo romanzo di esordio, “I Lázár”, pubblicato in Italia da Guanda e tradotto da Leonella Basiglini. Svizzero di nascita, con un curriculum di solidi studi letterari e di germanistica, Biedermann proviene da una famiglia ungherese di antica nobiltà che gli ha fornito non pochi spunti per la stesura di questo romanzo. I racconti dei suoi avi, quella che Nadia Terranova definisce “mitologia familiare”, si sono trasformati in materiale narrativo attraverso cui descrivere l’inesorabile scorrere del tempo, la dissoluzione dei privilegi di una classe sociale e l’avvento di una dittatura che vorrebbe cancellare il passato senza riuscirci davvero. È la storia di una famiglia che assiste impotente alla dissoluzione della propria ricchezza e alla perdita del suo ruolo, ed è la cronaca di una nazione, l’Ungheria, che subisce un cambiamento profondo nel giro di pochi anni, trasformandosi in uno stato governato in maniera oppressiva e liberticida. All’inizio, Biedermann ci presenta Sandor e Lajos. Padre e figlio, aristocratici proprietari di una grande tenuta immersa in un bosco, sono due figure antitetiche, destinate a non trovare mai un punto di contatto, un canale di comunicazione, forse perché Sandor intuisce che l’erede – una sorta di figura aliena con la pelle diafana e gli occhi azzurrissimi – non è suo figlio. Tra i Lázár, Sandor non è certamente il più gradevole: è egoista, ripiegato su sé stesso, un aristocratico geloso dei suoi privilegi che vive in un castello tra i boschi. Sandor è incapace di comprendere chi gli sta attorno, a cominciare dalla moglie Marie, per continuare con Lajos, un ragazzo sensibile e taciturno che di certo non incarna il suo ideale di primogenito. Biedermann tratteggia questo personaggio con una cura spietata, descrivendo un uomo che da carnefice diventa vittima dell’immagine che ha di sé stesso. Da padre autoritario, Sandor si trasforma in una figura patetica, un misero esemplare di vecchio da cui tenersi a distanza, destinato all’abbandono e alla solitudine.Come in un controcanto, Lajos è dinamico, attento ai cambiamenti sociali, alle nuove dinamiche dell’economia. È un uomo nuovo, che ha fatto in tempo a vedere il crollo dell’impero austroungarico e che vuole prendersi tutte le possibilità che la repubblica gli offre. Ed è un uomo che prova a costruire un rapporto di affetto con la moglie e con i figli, che tenta di mantenere integro il patrimonio di famiglia. Insomma, Lajos cerca di essere un buon cittadino e un onesto padre di famiglia, ma non può opporsi alla tempesta della Seconda guerra mondiale che tutto stravolge. Con l’arrivo dell’Armata Rossa, i Lázár da nobili possidenti si trovano a essere profughi e a dover rinunciare alle ricchezze, ai gioielli, alle imprese. Assistono impotenti ai rastrellamenti, perdono amici e affetti. Devono dimenticare persino il nome perché con l’instaurazione del regime comunista rischiano di essere incarcerati con l’accusa di essere nemici del popolo. A subire le conseguenze di questa dissoluzione è Pista, l’ultimo rampollo dei Lázár, che vivrà l’adolescenza durante la Seconda guerra mondiale e che sperimenterà sulla propria pelle il senso di impotenza e la sopraffazione della repressione russa in Ungheria. Condivide con la famiglia il peso del trauma che hanno vissuto ma si rifiuta di farsi schiacciare dal peso della memoria. Si scrolla di dosso il senso di perdita che contraddistingue l’esistenza dei genitori. Sarà colui che, insieme a sua sorella Eva, avrà il coraggio di lasciarsi il passato alle spalle per affrontare la fuga verso la libertà. “I Lázár” è insieme racconto e testimonianza, presa di coscienza e cura della memoria. Un romanzo animato da un profondo senso di consapevolezza, che tramanda e vivifica un’eredità spirituale non solo familiare ma anche sociale. È un racconto limpido di segreti e amarezze, di traumi che non possono essere riconosciuti, di vergogne che devono essere taciute. Biedermann ha una scrittura barocca e insieme chirurgica, pulitissima e tagliente. Del barocco ha la ricchezza, la scelta metodica e puntuale degli aggettivi, il fraseggio ricco con cui ricostruisce il mondo emotivo dei personaggi, l’uso intelligente delle metafore. Ogni frase è costruita con una sapienza che sembra non appartenere a un autore poco più che ventenne, quanto piuttosto a un professionista della parola di ben altra esperienza. È uno stile rapsodico e musicale che appassiona e che conduce il lettore lungo le pagine senza cali di tensione, senza cedimenti. Pieno, ricco, maturo. Nella lettura si odono echi delle grandi storie mitteleuropee, a cominciare dal capolavoro di Singer, “La Famiglia Karnowski”. Come i Karnowski, i Lázár si rifiutano di essere vittime, e lottano per salvaguardare la propria dignità e il proprio futuro. Ma quasi come una sorta di eco, si colgono rimandi alla letteratura sudamericana, a cominciare dall’incipit che richiama, almeno a mio parere, la prosa immaginifica di García Márquez. È una narrazione che unisce dimensione privata e collettiva, presentata attraverso la prospettiva di uomini che si illudono di essere padroni del proprio destino ma che rimangono impigliati nelle maglie della Storia. E la Storia non concede né compassione né via di fuga a nessuno.
Lo strano caso di Nelio Biedermann e del suo atteso romanzo “I Lázár”
Un’opera compiuta, matura, da classico. Una saga familiare che ricorda le grandi storie mitteleuropee, scritta da un autore svizzero di 21 anni







