La guerra vista dalle donne e la guerra vista dagli uomini. In “Woman Unknown”, unico film in concorso diretto da una regista, la danese di origini egiziane May el-Toukhy, tutto è rigore, equilibrio, sottrazione, controllo. Nel faraonico “Dau” diretto dal russo Ilya Khrzhanovsky, 195 minuti di rumore e furore girati dentro una città ricostruita scala 1:1 per il film, tutto invece è caotico, eccessivo, disturbante e fuori squadra. Spesso genialmente bisogna dire.La danese segue il destino di una domestica di Copenhagen che nel secondo dopoguerra sta per sposare il ricco industriale presso cui lavora quando iniziano a girare brutte voci su di lei. In un trionfo di immagini sempre molto studiate su cui si stagliano i corpi martoriati delle collaborazioniste, umiliate, rapate, marchiate da enormi svastiche dipinte loro addosso per additarle al pubblico ludibrio. Come per ricordarci, se ce ne fossimo dimenticati, che la Storia si accanisce sulle donne con particolare ferocia.Il russo invece pedina un grande fisico e un pugno di altri eccentrici scienziati nell'Urss devastata dalla Seconda guerra mondiale in un susseguirsi martellante di trovate visive e narrative che battono all'impazzata su tutti i possibili tasti dell'orrore e della derelizione, fango, fame. topi, violenze, miseria, vessazioni e torture subite dagli scienziati costretti dal Potere a lavorare per scopi militari. Con contorno di eccessi e deliri di ogni sorta perché il protagonista interpretato direttore d'orchestra greco Teodor Currentzis a 38 anni è ancora vergine. Ma presto scopre l'amore con tutte le sue possibili complicazioni e depravazioni.In “Woman Unknown”, insomma, il campo di battaglia è il corpo delle donne, cartina di tornasole del Potere in ogni epoca e luogo. In “Dau” è la mente stessa dei protagonisti ma anche quella degli spettatori, gettati dentro un vortice di eccessi visivi e sonori che stravolge, frantuma, ribalta, percuote i sensi e la ragione. La prima fa appello alla riflessione ma rischia di risultare fin troppo fredda e controllata. Il secondo pratica uno sregolamento così sistematico e provocatorio, un'aggressione così selvaggia e incessante da provocare un senso di rigetto e a volte di ricatto.Anche se rielaborando le pratiche più folli delle avanguardie sovietiche con i mezzi spropositati messi a disposizione del suo progetto ventennale, Khrzhanovsky mette a segno non poche scene indimenticabili. Su tutte un'incredibile festa mascherata proto punk messa in atto costruendo costumi e maschere surreali con oggetti di risulta. Il tutto accompagnato da una musica percussiva e incessante che ci riporta al vero segno dominante di questa Mostra di Venezia. L'eccesso, la dismisura, la durata monstre, l'ambizione smodata, l'accumulo di spunti, luoghi, oggetti, personaggi, informazioni, ma anche di idee di racconto e di regia, nella finzione come nel documentario e in tutte le possibili zone intermedie.Non tanto per volontà e forse per delirio di potenza. Quanto per sottolineare più o meno consapevolmente, ma sicuramente tutti insieme, ed è questo a fare più impressione, che non ci sono più storie, non ci sono trame con un inizio e una fine. Siamo nel pieno di una trasformazione epocale e tutto ciò che possiamo fare è seguirla, indirizzarla, coglierne alcuni elementi, tracciare qualche linea sulla mappa.Così l'argentino Mariano Llinas dedica cinque ore di documentario alla “Biografia di Jorge Luis Borges” collegando tracce di ogni sorta in un interminabile trip letterario, geografico, musicale. Alex Gibney scava per quasi sei ore tra segreti e retroscena dell'uomo più ricco del pianeta in un docu intitolato lapidariamente “Musk”. E Luca Guadagnino ne spende addirittura sette sulle tracce di Bertolucci in un film dal titolo a sua volta lunghissimo, “Joie de vivre – Appunti, pensieri, parole, riflessioni, volti, visioni su Bernardo Bertolucci e la cinefilia del 20° secolo che non esiste più”. E non è chiaro se la chiusa esprima rimpianto o sollievo.