«Sono la regista sconosciuta più conosciuta della Mostra. Normalmente sono una che dorme abbastanza bene, ma stanotte mi sono svegliata e ci ho pensato». Insieme a Rachel Szor, co-autrice di Naza, May el-Toukhy, danese di origine egiziana, è l’unica donna in corsa per il Leone d’oro. Così, molto prima che ieri venisse proiettato il suo film Woman Unknown, era già famosissima: «Penso si tratti – commenta – di un problema strutturale che io tra l’altro ho rilevato in tutta la mia carriera. Spesso ho avuto difficoltà a realizzare i miei film. Dopo aver concluso gli studi ci sono voluti 6-7 anni per fare il mio primo lavoro, cosa che non è successa ai miei compagni uomini. Il problema è che ci vengono concessi budget diversi e questo si ripercuote su tutto il resto, dal cast alla produzione. Ma non è tutto». Cioè? «C’è anche la questione della narrazione che si crea attorno al genio maschile. Non ho mai letto un articolo in cui si parlasse di una donna regista definendola un genio. Siamo tutti responsabili di questo, sarei felicissima se anche ai registi uomini in concorso venisse posta la domanda sulla scarsa presenza femminile». Da dove viene l’idea del film? «Tutto è nato da una foto riproposta da un giornale danese. Mostrava una donna seduta su una panchina con i vestiti strappati, sulla schiena aveva dipinta una svastica. C’era un che di pornografico in quell’immagine, conteneva un messaggio di minaccia e anche di propaganda. Abbiamo deciso di costruire un film che parlasse della Seconda guerra mondiale attraverso l’esperienza di una donna, anche perché in genere le storie raccontate si rifanno tutte al vissuto maschile. La storia è ambientata nell’immediato dopoguerra, periodo di grande ottimismo ed euforia in Europa, ma anche caratterizzato da anarchia e dall’assenza di un vero quadro giuridico in grado di gestire le conseguenze di quello che era accaduto. Il patriottismo era in ascesa e l’ipocrisia prosperava». Dice che il film si concentra sul tema del corpo femminile visto come campo di battaglia. In che senso? «Le donne hanno spesso pagato il prezzo della guerra con il proprio corpo, subendo controlli, punizioni e violenze sessuali. È come se il corpo femminile venisse considerato parte del territorio nazionale. E purtroppo, questo non è solo un fenomeno del passato». Come ha costruito la sceneggiatura di Woman unknown? «Nell’epoca della storia il comportamento sessuale delle donne era considerato una violazione dell’identità nazionale e, pertanto, si riteneva opportuno che individui e gruppi all’interno della società punissero le donne che avevano concesso i propri corpi. Mentre gli uomini che erano stati collaborazionisti venivano spesso rilasciati per le ragioni più varie, soprattutto perché si pensava che dovessero tornare a lavorare, le donne accusate di “collaborazione orizzontale”, cioè di relazioni intime con soldati tedeschi, subivano umiliazioni pubbliche e vedevano le loro vite andare in pezzi. Negli Anni 90 in Danimarca molte di queste donne erano ancora vive e potevano raccontare le loro vicende, anche se provavano ancora un forte senso di vergogna».