Anche la produzione italiana di miele paga lo scotto della crisi climatica. Non tutta nello stesso modo, perché la campagna che si avvia alla chiusura è stata migliore in montagna ma estremamente difficile in pianura e nelle regioni più calde, come Sicilia e Sardegna. Secondo l’Osservatorio nazionale miele il primo bilancio del 2026 restituisce l’immagine di un’annata senza un andamento uniforme: in alcuni territori le produzioni sono state buone o molto buone, mentre in aree vicine i raccolti sono risultati modesti o addirittura assenti, con grandi differenze non solo tra regioni, ma anche tra apiari vicini, in funzione di altitudine, esposizione, varroa (la malattia delle api), disponibilità idrica e tempestività degli spostamenti.Domande di approfondimento generate da 24Ore AILe associazioni: sostegno PacProprio nei giorni scorsi le principali associazioni di settore (Fai, Mic e Unaapi) hanno scritto al Masaf per chiedere un sostegno specifico legato al reddito degli apicoltori nell’ambito della nuova Politica agricola comune, denunciando una crisi legata a «fattori estranei alla capacità tecnica e imprenditoriale dell’apicoltore» e una contrazione dei ricavi tra il 25 e il 50 per cento.Eppure la stagione era iniziata bene, con temperature primaverili miti favorevoli allo sviluppo delle colonie e all’anticipo delle fioriture. Ma l’apicoltura, cartina di tornasole dello stato di salute ambientale, non poteva non pagare i successivi sbalzi termici, temporali e lunghe ondate di calore che hanno seccato rapidamente i terreni e accorciato la durata delle fioriture, riducendo la disponibilità di nettare per le api in molte aree del Paese.La nota positiva in un contesto che ha visto l’azzeramento di alcune produzioni è stata la ripresa complessiva del miele di acacia, prodotto cruciale per la redditività aziendale; resta però l’incertezza sulla reazione del mercato e sulla tenuta dei prezzi, in un contesto ancora caratterizzato – sottolinea l’Osservatorio – dalla presenza di giacenze della stagione passata.Importazioni in aumentoL’unica certezza riguarda invece l’aumento dell’import, salito del 18% nel 2025 a oltre 26mila tonnellate di cui oltre un quarto di provenienza extra-Ue, a fronte di una produzione nazionale di circa 31mila tonnellate e consumi stabili a circa mezzo chilo a persona all’anno, al di sotto della media europea di 600 grammi. Un aumento che in prospettiva rischia di colmare il vuoto lasciato sugli scaffali dalle produzioni nazionali in difficoltà. Questo mentre, paradossalmente, il comparto dei confezionatori di miele di Unione Italiana Food – che lo scorso anno ha registrato un aumento del 4% del giro d’affari a 175 milioni di euro – denuncia difficoltà di approvvigionamento.