Non c’è pace per chi sopravvive alla repressione in Iran, né spiraglio di salvezza per chi osa ancora pretendere dignità. Ciò che continuo a vedere e a documentare dopo i massacri delle manifestazioni di gennaio 2026 non è soltanto la prosecuzione di una carneficina a cielo aperto. È una tortura psicologica e fisica pianificata, spietata, che sta spingendo un’intera generazione e le loro famiglie direttamente dentro l’abisso.

La tragedia, lo so bene, non si arresta quando i fucili smettono di sparare nelle piazze. Continua al buio, nelle case devastate dal lutto e dentro le celle di detenzione dell’orrore. Negli ultimi giorni, la disperazione ha preteso un altro tributo di vite che non riesco a togliermi dalla testa. Aida Heydari, appena 25 anni, si è tolta la vita ad otto mesi dall’assassinio del fidanzato, Abolfazl Soleimani Alamouti, freddato durante le proteste a Zibashahr. Questo mese avrebbero dovuto sposarsi; invece, il dolore ha divorato ogni futuro. Soltanto tre giorni dopo, il 6 settembre, Danial Karimi, padre del diciannovenne Amir-Mohammad, giovane promessa del taekwondo ucciso il 9 gennaio a Marvdasht si è tolto la vita, incapace di respirare nell’assenza del figlio.

Sono storie che mi spezzano il cuore, ma non sono isolate: seguono il suicidio di Farahnaz “Atefeh” Roozfarah, madre di Saman Ebrahimpour, morta a luglio dopo mesi di strazio inconsolabile. Il regime non si limita a uccidere i ragazzi nelle strade; persegue i loro genitori, i compagni, stritolandone la salute mentale fino a portarli al gesto estremo.