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20 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 13:36
A Qom il buio ha vinto ancora. Tre ragazzi, Mehdi Ghasemi, Saleh Mohammadi e Saeid Davoudi, sono stati impiccati. Tre anime giovani, tra i 19 e i 22 anni, cancellate in pubblico come monito. Ma non era giustizia. Non era legge. Era odio. Odio per la bellezza, per la vita, per quel bagliore negli occhi che non si piega. Non riesco più a chiamarlo “regime iraniano”. Chiamiamolo per nome, è un sistema che ha fatto del terrore il suo respiro e della morte la sua grammatica.
A Qom, quella che la propaganda chiama “città santa”, hanno inscenato un rituale antico e mostruoso. Le corde tese, la folla obbligata ad assistere, i corpi che si sollevano nel silenzio addestrato. Dietro ogni esecuzione c’è un messaggio: “Non potete sfidare il regime”. Sinceramente io leggo altro: “Noi oggi abbiamo paura”. Sì, perché solo chi è terrorizzato dalla luce sente il bisogno di spegnerla con tale violenza. Questi ragazzi avevano voce, avevano bellezza, avevano coraggio. E il coraggio, in Iran oggi, è considerato un crimine capitale.






