La morte di una bambina e dei suoi genitori non può essere ridotta a un fatto di cronaca. Da persona con disabilità, davanti a questa storia sento il bisogno di parlare soprattutto di ciò che accade prima: quando una famiglia chiede sostegno e rischia di rimanere sola. Ci sono notizie davanti alle quali è difficile trovare le parole. E forse per me lo è ancora di più, perché la disabilità non è un argomento che osservo dall'esterno. Io sono una persona con disabilità.
Per questo la vicenda di un padre che arriva a uccidere la propria famiglia e poi se stesso mi provoca sentimenti difficili persino da mettere in ordine. C'è rabbia. C'è dolore. C'è incredulità. Ma c'è anche una domanda che continua a tornarmi in mente: cosa accade a una famiglia prima di arrivare a un punto di disperazione così estremo? Questo interrogativo non può e non deve trasformarsi in una giustificazione. Uccidere non è un gesto d'amore. Una bambina, indipendentemente dalla gravità della propria disabilità, aveva diritto alla vita. La sua condizione non rendeva la sua esistenza meno importante, meno dignitosa o meno meritevole di essere protetta. Su questo non può esserci ambiguità. Ma condannare ciò che è accaduto non significa rinunciare a interrogarsi su tutto quello che c'era intorno a quella famiglia. Perché la disabilità grave può cambiare radicalmente l'organizzazione di una casa.












