Prima della volontà di farla finita (ad accertare le dinamiche della tragedia di Pietralata saranno gli inquirenti), c’era il desiderio immenso di due genitori di far vivere la figlioletta. Bianca aveva 5 anni, era nata prematura di sette mesi con una paralisi cerebrale ma la mamma, Valentina Pambianco di 42 anni, e papà Luca Abbasciano, 43, le hanno provate tutte.
Avrebbero speso anche diverse centinaia di miglia di euro per portarla tre, forse quattro volte in Messico a Monterrey, dal dottor Roberto Trujillo a capo della clinica NeuroCytonix, per provare l’efficacia sulla bimba di un trattamento sperimentale basato sull’utilizzo di radiofrequenze e risonanza magnetica rotazionale per stimolare i tessuti.
Non si erano fermati di fronte alla diagnosi, non pensavano che fosse giusto abbandonarla al suo destino, in caso di peggioramento della patologia, magari provvedendo al momento opportuno a far spegnere macchinari. Chiedevano la miglior assistenza, per la piccola Bianca, non la sua morte perché «smettesse di soffrire», come fa chi invoca il suicidio medicalmente assistito e dimentica che bisogna lottare per le cure palliative per tutti i malati gravi, non per la loro soppressione. Devono aver vissuto il dramma di sentirsi soli, quei due genitori, non sufficientemente supportati nella sfiancante assistenza a un disabile. «Vogliamo comprendere quali sostegni fossero concretamente assicurati, con quale continuità e se fossero adeguati alla complessità dei bisogni della bambina e dei suoi genitori», ha detto Francesco Vaia, vicario dell’Autorità garante dei diritti delle persone con disabilità, in un intervento sul Corriere della Sera.












