Fabriano (Ancona), 9 settembre 2026 – I cancelli dello stabilimento Beko di Melano tornano a trasformarsi nell’avamposto di una battaglia che investe il cuore del distretto industriale marchigiano. Ieri mattina, c’erano i volti tesi dei lavoratori, la rabbia composta delle tute blu e una comunità intera che non ci sta a vedere scivolare via decenni di storia manifatturiera. Lo sciopero con presidio promosso dalle Rsu e dai sindacati Fim, Fiom e Uilm ha riacceso i riflettori su una crisi che brucia.

Al fianco delle maestranze ha fatto sentire la propria voce il Comune di Fabriano con la sindaca Daniela Ghergo, affiancata da diversi primi cittadini del territorio, a testimonianza di una città che non si arrende e pretende il rispetto rigoroso degli accordi presi.

Al centro della protesta c’è la profonda delusione a 16 mesi dalla firma dell’intesa al ministero delle imprese e del made in Italy (Mimit). Un accordo nato per garantire stabilità e sviluppo, ma che oggi presenta un conto amarissimo.

I lavoratori: “Gli investimenti tardano a vedersi”

Se i lavoratori hanno fatto la loro parte – registrando oltre 90 uscite volontarie nello stabilimento di Melano contro i 62 esuberi inizialmente stimati –, gli investimenti promessi da Beko su prodotto e innovazione, circa 62 milioni, “tardano a vedersi”, secondo le sigle sindacali. E il mese di settembre registra un pesante ricorso alla cassa integrazione, con la capacità produttiva ridotta al 60% e la chiusura totale del sito dal 23 al 30: una manovra che taglia le buste paga dei dipendenti fino a 400 euro al mese e appesantisce i carichi di lavoro per chi resta in servizio. Un momento dello sciopero davanti ai cancelli della Beko di Melano