Salutato da Vannacci e da Salvini (ma non da Meloni) con enfasi quasi eguale, il successo di Afd in Sassonia, che ha messo in difficoltà il Cancelliere Merz, sembra fatto apposta per legittimare la teoria delle “due destre” con cui l’ex-generale si accosta alla campagna elettorale. Una destra conservatrice, europeista, che sa farsi ascoltare a Bruxelles, come l’ha descritta la premier nel suo discorso di Bari dedicato alla ricorrenza del governo più longevo della Repubblica. E un’altra paternalista, contraria all’evoluzione dei diritti di libertà della donna che è alla base della recrudescenza dei femminicidi, falsamente pacifista ma che guarda in realtà a Mosca, per la quale Vannacci chiede tutti i giorni legittimazione. Naturalmente Meloni è contraria a metterle sullo stesso piano, anche se esiste un punto di contatto tra le due impostazioni che riguarda la “remigrazione”, sulla quale la premier si ritiene all’avanguardia per la creazione dei centri di detenzione dei clandestini in attesa di essere rimpatriati in Albania. E sebbene parte della politica di sicurezza del governo non abbia ancora dato i risultati sperati, anche in questo caso confina con quella di Futuro Nazionale. E se la prospettiva alla quale la premier non intende rinunciare è quella di andare al voto separati, la concorrenza dell’ex-generale su questi terreni rischia di diventare parecchio insidiosa. Meloni ha fatto di tutto, in Europa e in Italia, per disegnare una destra conservatrice in forte evoluzione rispetto alle sue origini, senza spingersi troppo in avanti, anzi in un certo senso mettendo tra parentesi il percorso di Fini accanto a Berlusconi nei vent’anni precedenti. E s’è impegnata molto in politica estera per guadagnare credibilità al suo governo, a partire dalla difesa dell’Ucraina e dagli aiuti in armi a Zelenski, per approfondire il solco dall’aggressione militare di Putin, perfino più di quanto non avesse fatto Berlusconi, il Berlusconi dell’ultima fase che ancora si illudeva di trovare ascolto presso l’autocrate di Mosca. Le “libere uscite” lasciate in questo campo a Salvini, ma con una coerenza dell’alleato leghista nelle votazioni in Parlamento, facevano parte di questa strategia. Non la nascita imprevista di un “competitor” come Vannacci, che può farle perdere le prossime elezioni politiche.
L’incognita delle due destre
Salutato da Vannacci e da Salvini (ma non da Meloni) con enfasi quasi eguale, il successo di Afd in Sassonia, che ha messo in difficoltà il Cancelliere Merz, sembra fatto apposta per legittimare la teoria delle “due destre” con cui l’ex-generale si accosta alla campagna elettorale. Una destra conservatrice, europeista, che sa farsi ascoltare a Bruxelles, come l’ha descritta la premier nel suo discorso di Bari dedicato alla ricorrenza del governo più longevo della Repubblica. E un’altra paternalista, contraria all’evoluzione dei diritti di libertà della donna che è alla base della recrudescenza dei femminicidi, falsamente pacifista ma che guarda in realtà a Mosca, per la quale Vannacci chiede tutti i giorni legittimazione. Naturalmente Meloni è contraria a metterle sullo stesso piano, anche se esiste un punto di contatto tra le due impostazioni che riguarda la “remigrazione”, sulla quale la premier si ritiene all’avanguardia per la creazione dei centri di detenzione dei clandestini in attesa di essere rimpatriati in Albania. E sebbene parte della politica di sicurezza del governo non abbia ancora dato i risultati sperati, anche in questo caso confina con quella di Futuro Nazionale. E se la prospettiva alla quale la premier non intende rinunciare è quella di andare al voto separati, la concorrenza dell’ex-generale su questi terreni rischia di diventare parecchio insidiosa. Meloni ha fatto di tutto, in Europa e in Italia, per disegnare una destra conservatrice in forte evoluzione rispetto alle sue origini, senza spingersi troppo in avanti, anzi in un certo senso mettendo tra parentesi il percorso di Fini accanto a Berlusconi nei vent’anni precedenti. E s’è impegnata molto in politica estera per guadagnare credibilità al suo governo, a partire dalla difesa dell’Ucraina e dagli aiuti in armi a Zelenski, per approfondire il solco dall’aggressione militare di Putin, perfino più di quanto non avesse fatto Berlusconi, il Berlusconi dell’ultima fase che ancora si illudeva di trovare ascolto presso l’autocrate di Mosca. Le “libere uscite” lasciate in questo campo a Salvini, ma con una coerenza dell’alleato leghista nelle votazioni in Parlamento, facevano parte di questa strategia. Non la nascita imprevista di un “competitor” come Vannacci, che può farle perdere le prossime elezioni politiche.












