Come può uno Stato far coincidere la tutela con la cancellazione di un’altra cultura, della genealogia, del nome di una madre? Ed è possibile per la letteratura ridare complessità a vicende che il racconto pubblico ha semplificato? Maria Grazia Calandrone, poeta e scrittrice candidata al Premio Strega nel 2023 con la storia del suo abbandono a Villa Borghese (Dove non mi hai portata, Einaudi), dedica il nuovo libro (La luce del sistema, Solferino) a una donna nigeriana, Ivie, costretta ad abbandonare le figlie piccole per un grande fraintendimento avvenuto in ospedale. Ivie prima di quel momento aveva attraversato molte prove: la povertà, la migrazione, la tratta della prostituzione. La peggiore, però, era in attesa nella luce fredda e giudicante di un sistema pronto a comprendere solo i propri codici. Il primo errore nasce da un problema culturale. Nessuno sa interpretare il modo in cui Ivie esprime paura per la salute della figlia neonata. «Se ci fosse stato un mediatore sarebbe stato tutto diverso. In Nigeria per lo spavento si grida, ci si getta a terra, e bisognava tradurre quel comportamento per ciò che era: una dimostrazione di panico. Invece è stato giudicato fuori luogo. L’ospedale ha allertato i servizi sociali ed è cominciato l’equivoco». Sua madre Lucia la lasciò a Villa Borghese per salvarla dalla propria morte. Scrivere questo libro ha cambiato il suo modo di pensare alla parola abbandono?«Ho capito che anche la mia realtà, seppur diversa, è stata l’opposto dell’abbandono: Lucia mi ha consegnata a una vita migliore, e progettata nel dettaglio: scrivere al quotidiano l’Unità prima di lasciarmi significava selezionare il tipo di persone che sarebbero state i miei nuovi genitori». Spiega quanto la gelosia mai dichiarata della sua madre adottiva, Ione, abbia ritardato la ricerca delle sue origini. Oggi si identifica più con Ivie o con le ragazze?«Con tutte e tre. Le figlie hanno rifiutato di vedere Ivie, e io ci vedo un patto di fedeltà fortissimo con l’altra madre. Dev’essere doloroso rifiutare una mamma che desidera vederti. Però ci sono tante sfumature per cui non lo puoi fare, anche date dal comportamento dei genitori adottivi». Può anche esserci la “vergogna” per una prima madre che di fatto è una sconosciuta, ormai molto lontana?«Certo. Grace, la più grande, aveva cinque anni quando Ivie è salita in ascensore in ospedale e non è più tornata. La piccola aveva venti giorni, ma Grace era sempre vissuta con la madre, che era il suo punto di riferimento. La prima cosa che mi ha detto Ivie è stata: “Voglio che sappiano che non le ho abbandonate”». Dove finisce l’integrazione e comincia l’obbligo di mettere in scena una maternità conforme al nostro codice culturale?«Che una persona arrivi a dire “Insegnatemi a fare la madre a modo vostro” per me è straziante. Significa costringerla a non essere più se stessa in uno dei rapporti più radicali della vita. È chiaro che, se vivi in un altro Paese, sei tenuto capire che alcuni comportamenti in quel nuovo ambiente possono farti passare per pazza. Va trovato un equilibrio tra i codici di un luogo e la propria libertà di espressione». Scrive che “la comprensione del dolore è una questione di classe”.«A fare la storia non sono gli archivi ma le persone. Per questo l’idea di “politica dal basso” è ridicola. Chi sta al potere è già privilegiato: ha potuto studiare. Come si può comunicare? Un tempo si faceva nelle sezioni di partito. Ora è tutto astratto. Bisogna capire che i cittadini non siamo “noi”, ma tutte le persone che vivono sul nostro territorio. Il mondo sembra andare nel verso opposto, ma voglio ancora credere che quello della mescolanza sia un percorso inevitabile». Il corpo attraversa tutto ciò che scrive: quello della madre, quello adottato, quello desiderato, quello violato in Magnifico e tremendo stava l’amore, e qui il corpo trafficato, comprato, medicalizzato, osservato. Per lei il corpo è un archivio ancora più profondo dei documenti?«Sempre: siamo atlanti di anatomia, per dirla con Francesco Pecoraro. Senza corpo siamo nulla. Credo di aver compreso profondamente il legame così materico di Ivie con le sue bambine. Poche chiacchiere, molti fatti: mangiare. Elsa Morante diceva che la più bella frase d’amore è: “Hai mangiato?”. Ne sono convinta. Il corpo è ciò che siamo, la biochimica crea, insieme all’esperienza, sentimenti, reazioni, la postura esistenziale». Qui distingue tra atti e parti mancanti della vita di Ivie, che ha ricostruito. Quanto può immaginare uno scrittore senza sottrarre alla persona reale qualcosa della propria storia?«Prima di consegnare il libro all’editore ho voluto darlo a Ivie e ai suoi avvocati. Siccome aveva difficoltà a raccontare la parte della prostituzione, mi sono documentata, ho parlato con altre donne. E volevo che lei fosse d’accordo. Anche il fatto che sia riuscita a ribellarsi allo sfruttamento fa parte della sua personalità eccezionale. Io, stupidamente, quando sentivo parlare di questo ricatto del juju (un rito tradizionale che lega le donne, ndr) dicevo: ma che significa. Invece quando lo studi, e vedi che tipo di potere e di minacce ci sono dietro, capisci che rende le donne prigioniere. Ivie per fuggire è dovuta stare nascosta per due anni. Se vogliamo avere il quadro completo della sua tenacia, non possiamo non raccontare tutto. Non è soltanto un caso giudiziario, è una persona con una storia: quella di una ragazza intelligentissima, ribelle». Il 16 settembre è fissata una nuova udienza sulla ripresa delle visite. C’è una forma di giustizia possibile per Ivie e le sue figlie che sono state date a due famiglie diverse?«Integrare la figura della madre nelle vite delle ragazze. Dare a lei la possibilità di spiegare il suo amore e metterlo in pratica. Sarebbe bellissimo se, a un certo punto, si vedessero tutte e tre: la mamma le prende e le porta al parco, al cinema, in un posto dove magari non è mai stata, o al ristorante cinese — lei ha questo ricordo del ristorante cinese —, a fare una passeggiata, a comprarsi uno zainetto. Ivie ha l’armadio pieno di regali che ha comprato ogni Natale, ogni compleanno, per entrambe. Non ci si può pensare».
Calandrone: “Capire il dolore è anche questione di classe. La maternità è corpo”
La scrittrice: “Racconto una madre strappata ai figli per equivoci culturali”








