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Ma quanti corpi, quante vite di donne ci sono voluti per conquistare diritti e la propria parte di libertà, quanta fatica e quante umiliazioni, quanti silenzi e gesti di sfida per affrancarsi dalla rassegnazione. A darne conto sono alcuni recentissimi romanzi che tra usi, costumi e quotidianità che oggi sembrano lontanissimi da noi raccontano storie di riscatto e resistenza, di emancipazione e solidarietà di un universo femminile schiacciato tra maschilismo patriarcale, pregiudizi e ingiustizie sociali. Libri compositi di voci, ricordi, volti, come la Sicilia stessa, dove sono ambientati tra Ottocento e Novecento, tra realtà e finzione. Sono donne che mostrano una grande vitalità, alcune legate da complicità al di là delle differenze sociali, altre ancora vittime di mentalità antiquate, Marianna, Brigida, Teresa, Rossella, Rosetta, Grazia. Tutte creature che danno voce a tante storie vere dimenticate e narrate con uno stile “antico” piano e coinvolgente che assieme al fraseggiare dialettale dall’effetto mimetico, mai forzato, conferisce suggestione alla pagina.

In quell’atlante ibrido che era la Sicilia del primo ’900, L’incartatrice di arance (Garzanti) della catanese Barbara Bellomo mette al centro della narrazione due donne, una di finzione, la sedicenne Rosetta, di famiglia umile, l’altra realmente esistita, Concetta Campione, imprenditrice con una ditta di stamperia a Catania, una realtà che diede lavoro a tante giovani donne. Sulla sua pelle Rosetta, in una società in cui nette sono le differenze tra gente del popolo e “signori”, e tra masculi e fimmine, a qualunque ceto si appartenga, vive un destino di sopraffazione e violenza cui si sottrae con coraggio e con il lavoro di incartatrice di arance nella stamperia della Campione.Siamo nel borgo marinaro di Gioiosa Marea, in provincia di Messina, nel 1894, nel romanzo La malarema (Piemme) della palermitana Alessia Castellini. Lì la vita scorre attorno alla tonnara: da una parte i maschi, i tonnaroti, dall’altra le donne, retare e anche raccoglitrici del bisso di mare, filamenti che si ricavano da un mollusco, e che con opportuni trattamenti delle mani sapienti delle donne diventano un’impalpabile tela dorata. Da quando sua madre è morta in mare, travolta dalla “malarema” di un’esistenza infelice, la piccola Rossella, che per il trauma ha perso la voce, fugge da casa e si ritrova in un reclusorio gestito da suore che raccoglie donne “traviate” (veramente esistito a Palermo, simile alle Case Magdalene irlandesi) portate lì per essere addomesticate. Ma è proprio nella comune condizione femminile di sofferenza che Rossella ritrova la memoria necessaria per ricostruire la verità sulla sua famiglia.