Due film di donne, due film dedicati a due protagoniste della nostra cultura (e non solo), due film che parlano linguaggi diversissimi ma mettono entrambi in scena, ognuno a suo modo, una specie di guerra simbolica combattuta dalle immagini contro le parole.Succede alle Giornate degli Autori, sezione indipendente della Mostra di Venezia guidata da Gaia Furrer, che mai come quest’anno porta al Lido tante registe, da ogni Paese. Non per azzerare le troppe polemiche piovute sulla selezione ufficiale firmata da Alberto Barbera e dal suo staff, rei di aver messo una sola regista in concorso. Quanto per ribadire un principio ancora più basilare. E cioè che accanto ai grandi nomi e alle grandi produzioni esiste un cinema che batte strade meno illuminate ma spesso decisive. Ed è su questo terreno che le sezioni parallele svolgono il loro sempre più indispensabile lavoro di ricerca.La prima gran dama della cultura italiana, che probabilmente ci fulminerebbe a sentirsi definire così ma è ormai parte del canone del Novecento, è Natalia Ginzburg, protagonista innominata di “Scarpe rotte” di Roberta Torre, liberamente ispirato al suo racconto autobiografico contenuto in “Le piccole virtù”.La seconda è Carla Lonzi, critica d’arte, femminista, filosofa selvaggia e inclassificabile, un’irregolare assoluta morta a soli 51 anni nel 1982, già al centro di un’importante riscoperta editoriale (La Nave di Teseo ha ripubblicato con La Tartaruga “Sputiamo su Hegel”, “Autoritratto”, il diario “Taci anzi parla” e il dialogo con Pietro Consagra “Vai pure”). E ora protagonista dell’appassionante docu di Francesca Archibugi, “Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo”. Che fonde testimonianze e riflessioni delle tante persone vicine alla protagonista a immagini davvero preziose tratte dai suoi archivi personali. Come lei stessa giustamente ricorda, Archibugi è infatti compagna da decenni dell’unico figlio di Carla Lonzi, il musicista Battista Lena, che nel film è una sorta di Virgilio partecipe e affettuoso, perno, filtro, interprete parzialissimo ma fermo del fiume di parole che sua madre continua a generare. Perché da critica d’arte e poi da femminista in rotta con qualsiasi forma di potere, fosse pure quello della critica sugli artisti, Lonzi non ha mai smesso di produrre idee, smascheramenti, capovolgimenti. Costringendo non solo gli addetti ai lavori ma tutte le persone a lei vicine a fare i conti con un’inquietudine che non distingueva fra corpo e mente, pubblico e privato, vita e cultura.Ma è proprio questo a rendere così emozionanti i documenti d’archivio, le foto, i filmati, i temi scolastici scritti nel ‘44 in una Firenze sotto le bombe, il diario inedito (“Gelosia”), le apparizioni degli artisti cui fu vicina, in testa Carla Accardi e poi naturalmente Pietro Consagra, suo compagno, Giulio Paolini, Luciano Fabro, molti altri. Perché alla fine, accanto alla giovane elegante che parla d’arte in tv, alla donna in rivolta che fonda con Accardi e Elvira Banotti “Rivoluzione femminile”, accanto alla diarista che sfrutta ogni momento della propria vita per interrogare la forma e il senso delle relazioni, resta l’immagine inesauribile della donna appassionata e sofferente, gioiosa e senza pace, che emerge da foto e film di famiglia. Fino all’ultimo, straziante e insieme luminoso, che la vede già malata, una benda a coprirle metà del viso, nella casa di campagna in cui aveva deciso di ritirarsi («Con il femminismo ho fatto l’ultima sfacchinata idealistica della mia vita»).Che poi è quanto deve fare un documentario. Da un lato (le parole) offrire certezze, o almeno indicazioni. Dall’altro (le immagini), aprire dubbi, interrogativi, contraddizioni. Come accade anche in “Scarpe rotte”, che proietta invece le parole di Ginzburg in una sorta di teatro della memoria, spazio mentale prima che fisico, mescolando citazioni e rielaborazioni in un dialogo che accanto alla scrittrice in ansia per il marito in carcere, ribattezzata Clara (Barbara Ronchi), vede apparire un’amica (Mersila Sokoli), tre donne che si rivelano essere le Parche, il giudice di un concorso a premi per le calzature più malconce e con più storie addosso.Mentre le scarpe stesse, grazie alle animazioni magistrali di Antonello Matarazzo, prendono vita, scappano dalla guerra e dal fascismo, si fondono al flusso di ricordi e fantasticherie delle due donne che poco a poco si fa sonata di fantasmi, viaggio alla ricerca delle tracce che lasciamo dietro di noi e magari sulla Luna, «dove il vento non soffia e le nostre orme resteranno per sempre». Così il tempo si dilata, la stanza diventa teatro del mondo, le pareti uno schermo posseduto da incubi e catastrofi, dopo Nosferatu sfilano Hiroshima, piazza Tienanmen, l’11 settembre, la nave Vlora. Alla fine «il problema è sempre la Storia», dice il marito, che nel film naturalmente non si chiama Leone. «E come facciamo con questa cosa che si rompe sempre, che non funziona mai?». Intanto il volto enorme proiettato sul tendone scosso dal vento che fa da quinta al teatro mentale di “Scarpe rotte” si gonfia, si deforma, cresce come un’onda. Ricordandoci che «in ogni caso ha senso restare nella Storia, come se si potesse riparare». Solo questo conta, oggi come ieri. «Essere coraggiosi». E non smettere di sperare.
Ginzburg e Lonzi: donne e libertà
La grande scrittrice raccontata da Roberta Torre. E la madre del femminismo nel film di Francesca Archibugi. Due percorsi lontani con affinità elettive. Alle G











